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sabato, settembre 29

Pain is not something to share

Rientra tardi, gli abiti stazzonati, umidi di pioggia, le scarpe e la borsa irrimediabilmente rovinati, il vetro del cellulare rotto, i capelli completamente spettinati. Getta scarpe e impermeabile dove capita, poi prende il cellulare, scorre la rubrica, seleziona un contatto, si siede sul divano e inizia a scrivere. Scrive per qualche riga, si ferma, rilegge, cestina il messaggio.
Riprende a scorrere la rubrica e guarda a lungo un contatto, prima di spegnere il display e lanciare il telefono sul divano, poi raccoglie le ginocchia tra le braccia, vi posa la fronte e inizia a piangere. Sola. 


 

lunedì, agosto 13

Of wars, justness and justice

Eileen è cambiata.
L'ho incontrata oggi, lungo lo Schuylkill. Era camuffata, diversa, ma non era questo a farne una Eileen differente. 

Non ha quasi più niente della ragazzina spaurita e prostrata dai sensi di colpa, dall'inevitabilità di una vita che non voleva condurre, che faceva schifo a lei per prima. Ora è una giovane donna che combatte la sua personale guerra.
E non le ho fatto domande. Non voglio sapere. Perché sapere mi costringerebbe a prendere posizione, e non è una posizione che posso o voglio prendere. Non con lei.
Ma se c'è una verità che non posso negare, è che cento e mille volte preferisco per lei questa vita da "soldato" di una guerra mai dichiarata che quella da ragazzina succube e vessata, violentata nel corpo e nello spirito. Ora è padrona della sua vita, e pronta a viverla come le sembra più giusto. E non è quello che cerchiamo di fare tutti?
E io non lo so se davvero se la faccia con le Fenici, e io non so cosa abbia fatto o voglia fare.
Ma fin quando le Fenici sono in guerra con chi uccide civili innocenti, chi sono io per giudicare? Posso forse negare che uccidere 14 civili che non si difendono, mentre tentano di aiutare la città, equivale, in qualsiasi lingua di questo pianeta, a una dichiarazione di guerra? 

E posso forse negare che in un mondo senza leggi e senza schieramenti, se avessi Yale tra le mie mani vorrei affondargli io stessa una lama nello stomaco e vederlo agonizzare come un cane?
E quello di Eileen non è forse da sempre un mondo senza leggi? Nella sua vita le leggi non hanno mai avuto un senso, se non di qualcosa da temere per le loro conseguenze.
Ma nel mio mondo non è così, e non è mai stato così.
Nel mio mondo l'America è un Paese civile. E io sono una cittadina civile di un Paese civile. Ci sono delle leggi. E posso solo sperare che le leggi siano Giuste, come dicono di voler essere.




mercoledì, agosto 1

Two Faces

Aaron è un Patriot. Il più intransigente dei Patriot. Almeno tra quelli che ho conosciuto finora.
Non solo, è quello che mi ha detto che non sono obiettiva, che i miei articoli sono faziosi e che getto merda sul Governo e le sue leggi.

Proprio lui, quello che mi aveva detto che con il mio spirito e il mio lavoro avrei potuto fare la differenza.
E come potrei, se non dicendo queste verità scomode che lui ora giudica faziose?
Come potrei? Leccando il culo a un governo che promulga leggi ingiuste e a un Presidente che manda i suoi militari ad accertarsi che i poveracci e gli emarginati muoiano di stenti come devono?

Come. Come potrei o dovrei fare la differenza?

Proprio lui, che mi diceva quanto trovasse ingiusto tutto questo, e quanto avrebbe voluto che fosse diverso.

E invece no. Ora non c'è niente di ingiusto. Va tutto bene. È tutto come dovrebbe essere, e guai a parlarne. Sei faziosa.

Non riesco a riconoscerlo. O forse semplicemente non ci ho mai capito niente.








E ha pure un fottuto, splendido paio di ali!



sabato, luglio 28

Dear Sister #2

To: hilde.jk@aol.com
From: hljenks@aol.com
Subject:  

Ciao Hilde. 

Non ho idea se ancora controlli questo indirizzo. Spero di sì, che riuscirai a ricevere questa mail.
 
No, la mamma sta bene, se è quello a cui stai pensando. 

Lo so, non ho vinto il premio sorella dell'anno. Mai. Ma magari c'è ancora speranza, no? 

Ti ho pensato infinite volte nell'ultimo periodo. E non solo perché ora vivo a Philadelphia e perché ho conosciuto i tuoi amici. O almeno, alcuni di loro. Giusto un paio a dir la verità. 
In realtà sono altri i motivi. 

La morte di papà, innanzi tutto. 
Mi sono resa conto di quanto ti abbia odiato. Per quello che gli avevi fatto, sì, ma molto di più per come lui ti amasse, sempre e malgrado tutto. Più di quanto abbia mai amato me. O almeno così pensavo. Fino a quando non l'ho visto, quella maledetta sera. Quella sera ha allargato le braccia, ed è me che voleva stringere, diceva a me di volermi bene. Proprio mentre... Ma no, andiamo per gradi. 

Ho qualcosa da dirti. E non so come dirtelo. Non so da dove cominciare. 

Ho lasciato che tu ti credessi diversa, per tutti questi anni. Che ti sentissi sola. E l'ho fatto senza l'ombra di un rimorso. Almeno fino a quando non ho messo piede qui. Nella maledetta città dove il tuo potere si è risvegliato con prepotenza, dove hai deciso di frequentare quella scuola, di registrarti e di mandare all'aria tutto l'equilibrio stabile e fasullo della nostra famiglia. 

Credevo che l'avrei odiata. Che l'avrei lasciata il prima possibile. 

E invece pian piano mi sono resa conto di essere uguale a lei. Una città complicata, piena di orrori, di cose strane, ma anche di cose meravigliose, di gente che dà letteralmente la vita per gli altri, di panorami mozzafiato, di... tutto quello che rende la vita uno schifo, oppure degna di essere vissuta. 
E forse è così che siamo tutti. Compositi, complicati, ma degni di essere vissuti. Tutti noi, nessuno escluso. 

E io per anni ho rifiutato di viverti. Anzi, per meglio dire, ho rifiutato di vivere me stessa. E di conseguenza anche te. 
Perché alla fine è questo il motivo. Eri troppo simile a me. A quello che sono veramente, per poterti accettare. Ed eri troppo diversa, troppo simile a come avrei voluto essere, per poterti accettare. 
E per lo stesso motivo ho rifiutato Phil, spingendolo fuori dalla mia vita, nella vita di un'altra. 

Hilde, quello che sto cercando di dirti è che anche io ho il gene X attivo. Da anni, tanti anni. Ne avevo 11, quando me ne sono accorta per la prima volta. Ma non volevo e non potevo accettarlo. E l'ho fatto solo da quando sono qui, da pochi mesi. E in questi pochi mesi la mia vita è cambiata così tanto che... 
Sono registrata, ora. E no, non di mia volontà. Ma ho un lavoro che amo, una carriera, potremmo dire, e una casa, una vita. Insomma non potrei mai lasciare tutto come hai fatto tu, solo per vivere le mie convinzioni. 
Perché sì, sono più simili alle tue di quanto avrei mai potuto immaginare. 
Ma sto cercando di fare la mia parte. 

E questo è quanto. Non c'è molto altro da dire. O forse troppo di più di quello che si potrebbe scrivere in una mail. 
Sappi solo che ti voglio bene. Credo di avertene sempre voluto, a modo mio. 
E mi dispiace. Mi dispiace maledettamente tanto, per tutto quello che hai sofferto anche per colpa mia. 
Sappi solo che ho sofferto anche io. Forse in modo diverso. Ma forse è quello che continuo a fare. O che mi nego di fare. 
Non sono mai stata troppo brava con l'introspezione, è una cosa che odio. 
Spero che riuscirai a perdonarmi, prima o poi. 

Abbi cura di te.

Helen




domenica, luglio 22

Alone

Si è svegliata di nuovo. Non sa se sia giorno oppure notte inoltrata, ha perso la cognizione del tempo, e il tessuto nero trapunto di cristalli bianchi che le ricopre il viso e gli occhi non aiuta. Vede nitidamente, attraverso, ma non coglie questo tipo di particolari, complice la luce artificiale di quella stanza d'ospedale.
Sente il bip regolare dei macchinari attaccati a Oracle, lì accanto, la sente respirare regolarmente, lei resta immobile, con gli occhi ormai aperti a fissare il soffitto oltre la maschera. Ripensa alle scene del giorno precedente, all'esplosione che la investe e la fa volare, come una bambola di pezza, quando ormai non ha nulla a proteggerla. Ricorda l'impatto, il respiro che si azzera, il sapore di sangue nella gola, Flare che si trascina lì accanto, le sirene, il viaggio fino all'ospedale, sempre cosciente, poi la mascherina sul naso e quindi il vuoto. Fino al risveglio in quella stanza, qualche ora prima.

È sola. C'è Oracle, lì accanto, ma non è questo che intende. Intende Sola. Non c'è nessuno che possa avvertire, nessuno che sappia della sua doppia vita, a parte Phil, lontano miglia da lì. E in ogni caso è solo uno il viso che le si presenta alla mente. Forse perché l'unico collegato a quei luoghi, nella sua testa. Ci gira un po' intorno, ricorda quel bacio, quel sorriso, quell'abbraccio, poi chiude gli occhi. Meglio così. Che non lo sappia. Né lui né nessun altro. Si nasce e si muore soli. E si soffre anche. Soli. È molto, molto meglio.


 

domenica, luglio 8

Inside

Il primo vero intervento da vigilante.

Philip sarebbe fiero di me. Anzi, probabilmente lo sarà. E forse anche Hilde lo sarebbe.
Ma non se sapessero come sono davvero, come mi sento, quando mi trovo a combattere contro qualcuno che merita la mia violenza e la mia ira.
Non sono una brava persona come loro, o come Elizabeth, una che sa contenersi davanti a un criminale, una che ritiene che qualsiasi vita sia un bene prezioso, che ogni essere umano meriti una possibilità.
È quello che mi hanno rimproverato, per Eileen.
Beh non sono così. In Eileen ho visto una vita giovane, che non ha avuto altre possiblità che crescere nell'inferno, e ne è cresciuta alterata, forse in modo irreversibile. Ma ci fosse stata anche una sola possibilità, a 21 anni, quell'unica possibilità dovevo dargliela.

Ma quando ho davanti un criminale che mi aggredisce o aggredisce qualcun altro accanto a me, o anche solo mi ostacola... Beh, quello merita il peggio che ho da dargli. E non esito un istante a stordire con un calcio un uomo già a terra con le gambe spezzate, se anche solo la sua mente è in grado di ostacolarmi, e non esiterei a tranciargli la giugulare, se la mia vita o quelle di altri fossero a rischio. Ma ho il dovere di controllarmi, quando ho il tesserino addosso. Perché questo dice la legge degli Stati Uniti D'America.
Spero davvero di riuscirci sempre.


 

giovedì, luglio 5

Independence Day

Il 4 luglio.

Ricordo i picnic al parco con tutta la famiglia, papà che ci portava a prendere il gelato, e le litigate con Hilde per essere portate in spalla, lei all'andata e io al ritorno. E poi più avanti, i pomeriggi e le serate con gli amici, il più lontano possibile da mia sorella, fingendo il più possibile di divertirmi e di essere dove volevo essere e come volevo essere. Ma forse lo ero anche...
E poi a Santa Monica, a ubriacarci in riva all'oceano dopo una giornata di bagni e sole, e i fuochi d'artificio sul Golden Gate.
Poi il 4 luglio del 2025, con i Vaasariani su Philadelphia, Hilde che vuole tornarci, io che di fatto decido di fregarmene, e vado a Monterey con Chuck.
4 luglio del 2026, Oklaoma City è ormai sotto il fuoco di Magnus, e noi siamo ad Ada, 90 miglia a sudest, a festeggiare con una barn dance quel 4 luglio senza fuochi d'artificio, perché non possiamo attirare la sua attenzione. Ma si beve, si mangia e si balla, perché la guerra non deve averla vinta, quel fottuto alieno non deve averla vinta, e perché è meglio non pensarci, finché si è al sicuro. 

Me la ricordo, quella notte. Il potere si era spento da un po', da quando avevamo lasciato in fretta e furia la città, sotto i bombardamenti. Ricordo solo di essere svenuta, mi hanno presa e portata via di peso, e quando mi sono risvegliata, ormai ad Ada, non c'era più. E mi sono sentita libera. E vulnerabile, fin troppo. Ma libera.
 

E ora questo. Questo 4 luglio che doveva essere diverso. Doveva essere un vero 4 luglio, uno normale, con le mele caramellate, i palloncini blu, rossi e bianchi e i fuochi d'artificio. E invece no. Li ho sentiti dalla camera del PGH dove Elizabeth dormiva con le costole rotte. Mentre anche io sentivo il sonno arrivare, dopo aver combattuto con tutto quello che avevo in corpo, e dopo aver tremato nel sentire le sirene avvicinarsi. E dopo aver pianto per non poter scappare. Perché non potevo lasciarla lì, in quelle condizioni, dopo che ce l'avevo cacciata io in quel guaio.

E quando l'arrivo dei soccorsi lo vivi con la paura addosso, chiedendoti se ti porteranno via o ti lasceranno andare, dopo che hai combattuto per la tua vita e per quella degli altri, senza poterti chiedere né se e né per quale motivo... Beh, quando succede questo vuol dire che c'è qualcosa che non va.


Ma sto perdendo tempo. Lo so e l'ho sempre saputo. E lo sappiamo tutti, che c'è qualcosa che non va. Come sappiamo che non ci si può fare assolutamente niente.






giovedì, giugno 28

A photo...



È strano. Pensare a una persona guardando non una sua foto, ma una tua...
Eppure in questa foto non riesco a vedere me. Vedo lui. Il momento in cui mi fa ridere prendendo il cellulare, e scatta questa foto; i momenti prima di questo, che mi hanno reso così facile ridere. E quelli dopo, quando ridere è diventato più complicato.
Poi guardo il telefono e... no. Questa sera no. 

E per Chris è tutto molto semplice. Seguire quello che ti fa stare bene, dice.
E quando non sai cosa ti faccia stare davvero bene? E quando vorresti, ma qualcun altro non te lo consente? E quando lo fai, e finisci per rovinare tutto quanto? 
Dio sa quanto vorrei provarci, a fare come dice lui. A essere come dice lui.
Ma no. Io sono un'altra cosa.

Io sono quella che sa esattamente quanto ci vorrebbe un abbraccio, in certe situazioni. Ma sa anche quanto sia difficile accettarlo, per quelle come noi, e si trattiene.
E quella che vorrebbe formare un numero per sentire una voce, poi non lo fa. E nemmeno ne compone un altro. Perché no, non è la stronza che usa le persone, come qualcuno ha pensato, almeno per un po'.
E poi non so. Non so cosa voglio, non so perché devo riempirmi la vita di problemi anche quando sembra scorrere in modo così tranquillo e costante, senza scossoni.

E stasera Eileen mi ha lasciato un messaggio in redazione. Dice che ce l'ha fatta. Mi chiedo cosa voglia dire, questo.
Domani chiamerò quel numero, e avrò qualche risposta. O altre domande. 
La mia vita sembra sia piena solo di domande. 


lunedì, giugno 18

Karma is a Circle...

E quindi è così che ci si sente. 
E no, il karma non c'entra un accidenti.
È questa vita che si diverte a togliermi sistematicamente ogni singola cosa che mi permetta di spegnere il cervello e di sentirmi veramente bene, almeno per un po'.
E ora vorrei solo prendere quelle stramaledette birre analcoliche e sbatterle contro il muro. E non lo faccio solo per non rovinare l'intonaco. Che si fotta pure quello.
E probabilmente so anche che ha ragione lui.
La testa continua a ripetermelo, mentre tutto il resto continua a urlare il contrario. Oltre a una serie di improperi che non sto qui a scrivere.
E questo perché ha avuto le palle per fare la scelta che stavo per fare io stessa, appena qualche giorno fa. O perché non ne ha avute abbastanza per provarci lo stesso, come alla fine avevo deciso di fare.
Resta il fatto che sento ancora il suo odore addosso. E questa è la terza doccia da ieri sera. Ma non credo che sarà sufficiente.
Che tu sia maledetto, Aaron Tate. Tu e il karma del cazzo. E questa legge che non mi permette di trovare un po' di alcol decente con cui sostituirti, almeno fin quando non si farà avanti il prossimo.



martedì, giugno 12

Failures

Quindi alla fine è stato tutto inutile.
Ho perso un amico, ho perso il sonno, ho perso giorni della mia vita.

No, quelli non li ho persi.

Il successo non è quando riesci ad aiutare qualcuno. Il successo è quando riesci a spingere te stessa a provarci. Nel momento in cui ci provi, hai già vinto. Il resto è un bonus.

Probabilmente ha ragione. Ho vinto. Eppure non mi sento come dovrebbe sentirsi un vincitore.
Mi sento come qualcuno che per tutta la vita ha perso l'occasione di fare qualcosa per qualcun altro che non fosse sé stessa. E questo anche a scapito di chi le voleva bene.

Quanto all'amico... No, probabilmente non ho perso nemmeno quello. È più corretto dire che quello non l'ho mai avuto. Solo me ne sono finalmente resa conto. C'è una concreta differenza tra volere una persona e voler bene a una persona. 
Forse non se ne è nemmeno reso conto, del male che mi ha fatto parlandomi in quel modo.
In compenso ho scoperto di averne altri, di amici. Uno dei quali mi incuriosisce, mentre l'altro mi spaventa.

L'amicizia da parte sua, quel tipo di amicizia, quella che è lì per te, e vuole esserci sempre, mi tenta come una fiamma tenta la falena. È calda, luminosa, ma insieme a tutto il resto rischia di diventare il fuoco su cui finirò per bruciarmi le ali. 
Ma forse sarà sufficiente avvicinarmi senza ali, e con il mio involucro ben stabile al suo posto.
Devo pur esserne capace, no?

Di lei che ne sarà? Io non lo so. Ha fatto la sua scelta. Fa male ma è la sua vita. E forse davvero era ormai troppo invischiata nella tela del ragno, per poterne uscire.
Spero non si faccia ancora male, e che non ne faccia ad altri, soprattutto. Le ho detto che sarò lì per impedirlo.
Mi chiedo se lo farò davvero.

 There’s something in your eyes and it’s giving your disguise away 
No I don’t want it to last if the glass is gonna break

sabato, giugno 9

Alone

Come ho fatto a crederci ancora? Credere in... non lo so. Amicizia? Affetto? Qualcosa, non lo so. E ancora una volta ho sbagliato. Ho pensato che bastasse questo e bastasse il fatto di avere un cuore. O almeno. Questo era quello che credevo.
Ma non basta. Perché chi ha sbagliato è morto. O deve morire, forse. E chi chiede favori sbaglia, perché è meglio chi non si fa sentire proprio.
E... No questo proprio non riesco a capirlo. Come può credere che quello che mi porta a voler aiutare Eileen sia il fatto che non è umana?! Questo davvero... Perché? Fino a questo punto non ha capito niente di me? Ma del resto, se stento a capirmi io come pretendo che possano farlo gli altri?

Ma non importa. È solo un altro dei miei stupidi errori. Devo solo rialzarmi e camminare. Come sempre.
Solo che non ho niente da offrirle ora. Niente. Solo il mio inutile aiuto.

E quelle macchine infernali. Sarebbe meglio che fossero solo camere a gas. Ucciderli. Questa sarebbe la soluzione. A quanto pare è questo che vuole, la "società civile". Oppure gli è sufficiente sentirsi migliori di loro nel notare come "appena usciti tornano a fare quello che facevano prima".
Mi chiedo come potrebbe essere diverso, quando usciti da lì non c'è nessuno, NESSUNO, disposto a dargli una possibilità. Una casa, uno straccio di lavoro. Un percorso per uscire dalla merda in cui hanno vissuto per tutta una breve lunghissima esistenza.

Io ci sono, però. E quindi sarà questo che le offrirò. Il MIO aiuto. Visto che non ho altro.
E se vorrà provarci, allora farò di tutto per aiutarla a provarci.

Mi hanno chiesto perché. E io non lo so perché.

Forse perché sono stata una stronza per tutta la vita. Forse perché non ho mai pensato a nessun altro che a me stessa. Forse perché è ora che questo finisca. E se c'è una persona che ha bisogno di aiuto, ora, quella persona è Eileen Blackwood.
Sarà lei a decidere. Lei e nessun altro.





lunedì, giugno 4

The match

Ciao Andre,

non so se riceverai mai questo messaggio, se il tuo numero sia ancora questo...


Lo so, non mi sono più fatta sentire, ma lo sai come sono. E tra l'altro penso sempre che chi lascia tutto ha i suoi buoni motivi, e magari deve essere lui a decidere se ha davvero voglia di risentire le persone che si è lasciato alle spalle.


Ma farò un'eccezione, giusto per dirti che la tua mancanza si sente. Io la sto sentendo.
Forse perché sei l'unica persona che conosco in grado di capire quando quello di cui avrei bisogno sarebbe un abbraccio invece che un fiume di parole. E perché quando eri qui non ero in grado di capirlo io, questo.


E non so se vorrei che fossi qui, o se vorrei solo essere quella di prima, che gli abbracci invece li rifuggiva. Che riusciva a chiudere tutto fuori e semplicemente non sentire niente.


A volte mi sembra di essere un campo da gioco dove i contendenti segnano i loro punti.


La Gifted Alliance fa la sua mossa, mi mostra una Philly completamente diversa, dove i mutanti vivono in modo pacifico anche senza il guinzaglio, dove chi ha le ali può solcare il cielo e chi è veloce come il vento può correre libero e dove i bambini giocano sollevandosi da terra... e segna il suo punto. Mi fa amare questa città. E mi fa amare me stessa, in tutte le mie... sfaccettature, è il caso di dirlo, come non avevo mai fatto prima. Un punto per la gifted.


Poi arriva il governo, con le sue leggi, mi sbatte in prigione con gli stessi vestiti sporchi e laceri con cui ho visto ammazzare tre persone sotto i colpi implacabili di una shell degli Hunter-X, due notti e due giorni ammanettata in cella, in attesa di "accertamenti", perché ho richiamato la mia corazza. E chissà, potrei averlo fatto a scopo offensivo, per ergermi "giudice e boia"... 

E mi ritrovo scaraventata indietro a quando tutto quello che desideravo era essere "normale", non avere dannati poteri a cacciarmi nei guai. A quando desideravo che Magnus se li fosse portati via tutti. E per sempre. Uno pari. Palla al centro.

Mi dispiace. Purtroppo è così che funziono. Tutto quello che ho sempre desiderato non è niente altro che vivere serenamente la mia vita. E sembra che sia nata con i geni sbagliati, per questo.


Ok. Ti ho scritto. Ma forse è meglio che le cose restino così. Ti auguro la vita che volevi, andando via di qui. E senza voltarti indietro.


Seleziona il testo e invece di inviarlo lo copia semplicemente nelle pagine del diario.

 

domenica, giugno 3

Broken

Miss Jenkins, lei mi sembra una cittadina rispettosa della legge, una persona che fa valere le sue ragioni nel modo corretto e che non travalica l'autorità perché se ne ritiene migliore

Queste parole continuano a rimbalzarmi nel cervello, non riesco a non sentirle risuonare ancora e ancora.


Ebbene no. Non è così.


Me ne ritengo migliore. Infinitamente migliore.
Ma migliore non significa più forte. E se travalicassi l'autorità sarei solo una goccia nell'assurdo mare che rinuncia a tutto, continuando incessantemente a cercare di cambiare qualcosa di più grande di lui, più grande di loro, di noi. Di tutti noi.
Siamo prigionieri di uno stato di cose che mi appare impossibile da scardinare. Di un'ingiustizia che mi brucia sotto la pelle costantemente, sempre di più, ma che sento di non poter combattere.
Mi accontento quindi delle briciole che questo schifo di società mi permette di raccogliere. Di vivere la mia vita in modo "sereno", con la mia casa, il mio lavoro, i miei amici. Incassando di tanto in tanto un calcio nei denti, per poi rialzarmi e chiedere scusa per il disturbo.

Sono troppo debole. Lo siamo tutti. Ecco perché non travalico l'autorità.

E ora non lo so come mi sento. Stanca. Troppo stanca.
Vorrei solo chiudermi nel mio bozzolo e rimanere lì, immobile, fino a quando non saranno guarite tutte le mie ferite.


Perché è questo che fanno. Ti instillano quella sottile paura di essere te stesso. "Puoi usare il tuo potere, ma solo per legittima difesa" ossia? In caso di pericolo, non è questo la legittima difesa? E c'è qualcosa di più pericoloso di una shell con una croce bianca inscritta in un cerchio? Di un uomo armato di coltello che ne aggredisce un altro? Ma no, la situazione è "borderline" e "dobbiamo trattenerla".
E cosa farò io, la prossima volta? Mi arrischierò ancora a ricorrere al mio potere, alla mia difesa, sapendo che poi potrei trascorrere anche solo una notte in quello schifo di PRIGIONE?

No. Probabilmente non lo farò. Forse rischierò anche di farmi ammazzare.
E forse sarà anche meglio. Almeno non dovrò più decidere chi e cosa essere. 


mercoledì, maggio 23

Maybe...

Cammina lentamente, osservando ogni cosa di nuovo, come se fosse la prima volta. Il silenzio è irreale. Appena un soffio lo scorrere della porta di metallo che scompare nella parete dopo l'autenticazione. Le luci si accendono mentre varca la soglia.

Buonasera Helen!

Buonasera Jade...

Lentamente, quasi timorosa di sentire il rumore dei suoi stessi passi risuonare in quel luogo ora deserto.

Che ore sono Jade?

Ventitré e quarantasette minuti Helen.

Attraversa la stanza, scorre le dita sul mobilio dalla linea avveniristica. Gli occhi spaziano fin oltre il vetro temperato, lungo il corridoio che percorre l'esterno della sala, verso le altre porte ora chiuse. Raggiunge la cucina, osserva ogni superficie. Apre il frigo, attualmente vuoto ma funzionante.

Jade, Phil è stato qui altre volte?

Ventidue volte - risponde la voce sintetica.

Quando l'ultima?

Quattordici maggio duemilaventisette, ore zero e dodici minuti.

E la prima?

Undici luglio duemilaventitré, ore dieci e venticinque minuti.

Questo era il suo rifugio a Philadelphia, Jade?

Sì, Helen.

Jade tu ricevi aggiornamenti?

Sì, ogni tre mesi, se non ci sono modifiche urgenti.

Da dove?

Dal server 1, Washington DC.

Il server 1 è nel rifugio di Phil?

Sì Helen.

Laura sa di Phil? Della sua identità segreta?

Non ho abbastanza informazioni.

Laura Archer sa dell'identità segreta di Phil?

Non ho abbastanza informazioni, Helen.

Laura è mai stata al rifugio di Phil a Washington?

Non ho permessi sufficienti per accedere a queste informazioni.


Un breve sospiro. Lascia la stanza e imbocca il corridoio, continuando a camminare lentamente e osservando ogni cosa, le dita che sfiorano le pareti candide, le giunture metalliche. Raggiunge infine la porta in fondo al corridoio, posizionandosi per la scansione della retina. Un clic le comunica lo sblocco della porta.

Apri la porta Jade.

Il soffio della porta che si apre, poi le luci azzurrine della sala comandi. Raggiunge la teca in fondo alla stanza senza soffermarsi su altro, prende la maschera, la rigira tra le dita, la indossa, guardandosi poi nel debole riflesso sul vetro della teca.
Resta così per qualche istante, poi la toglie riponendola al suo posto.


Jade, preparami un bagno caldo, per favore.


Storce le labbra, nello scoprirsi a chiedere "per favore" a una IA, poi sbuffa un sospiro, fermandosi a osservare la maschera ancora per un istante. Infine si volta e attraversa la stanza, diretta alla sala relax, dove si sente scorrere l'acqua che sta riempiendo la vasca. Ormai ha deciso, dormirà qui questa notte.




lunedì, maggio 21

Lonely Nights

E poi capitano le sere come questa. In cui prendi il telefono in mano e lo guardi senza sapere che farne. Guardi un numero, vorresti comporlo, poi lo togli di mezzo, e inizi a scorrere la rubrica, ma ti rendi conto che no, non c'è un singolo numero che tu possa chiamare, tra tutti quelli memorizzati lì dentro. Nemmeno un singolo dannatissimo numero.

giovedì, maggio 17

Philly and me

Non so perché l’ho fatto. Ne avevo bisogno. Avevo bisogno di specchiarmi nei suoi occhi. Vedermi riflessa nel suo sguardo, quando mi avesse vista veramente nuda.
Perché è questo che è stato.
Nuda. Ossia priva di ogni protezione o copertura, priva della maschera che indosso costantemente, perfino con me stessa, ormai da troppo tempo.

Solo Phil mi aveva vista così, prima di lui.

Ma non potevo basarmi su Phil per capire davvero, per vedermi davvero. Phil ha ancora un filtro che lo acceca, quando mi guarda. E io lo vedo nei suoi occhi. Non sarà mai obiettivo nei miei confronti.

Con Tate è diverso. Lui è attratto da me, gioca con me. Ma non è amore. 
Fa quasi male vederlo così, scritto su una pagina. Eppure è quello che ho cercato, che ho voluto fin dall’inizio, e che voglio ancora. Quello che ci tiene insieme, forse più dell’attrazione che ci avvicina l’uno all’altro, la quieta certezza che no, non chiederemo altro. Eviteremo di farci del male.

Phil l’ho amato, l’ho amato davvero. E poi l’ho distrutto. Spezzato. Gli ho negato da un giorno all’altro non solo il mio amore, ma l’accettazione di quello che era. E questo è quello che mi fa più male, ora. Ora che inizio a vedere tutto con occhi nuovi.
E Hilde, ho fatto male anche a lei. Forse a lei più che a chiunque altro. Quando aveva bisogno di me, quando era solo una bambina ed è rimasta sola, o quando il ragazzo che amava, e che l’amava fino al giorno prima, aveva preso a chiamarla strega e puttana davanti a tutta la scuola… Io non ero con lei. Ero con quelli che le voltavano le spalle, la guardavano con disprezzo o le ridevano dietro.

Siamo spigolosi, taglienti, difficili. Ha ragione lui.

E proprio per questo era in lui che dovevo specchiarmi. E non credevo che avrebbe reagito così. Il suo sguardo, il tono della sua voce… Quando le sue labbra hanno sfiorato i cristalli… Ora so che voglio essere quello che sono e niente altro. E forse riuscirò anche a rimediare a qualcuno dei miei errori. Forse non è troppo tardi.

E questa città… questa dannata città, che ho odiato dal primo momento, da ancora prima di metterci piede. 
Beh, ieri era bella come una regina, col diadema delle sue luci e delle stelle. E forse ho capito che dopotutto non siamo così diverse. Spigolosa, tagliente, esattamente come me. Sembra fregarsene di tutto, ma forse…

So che le devo un Grazie. 





lunedì, maggio 14

Past and Future

Sono seduti al tavolo di un elegante ristorante del centro. Un uomo e una donna, sorridono, parlano, sembrano legati da una solida confidenza e ricordi comuni. Pasteggiano a ostriche e acqua minerale...


E ti ricordi quando tornavamo da quel concerto alla Oracle Arena e la macchina si è fermata nel bel mezzo della Nimitz? E dovevi anche andare in bagno...


Ridono entrambi.


Sì... - è lei a rispondere, senza smettere di ridere - E io volevo tornare in autostop, mentre tu ti rifiutavi di lasciare lì la macchina. E alla fine hai dovuto seguirmi per forza, perché ho alzato il pollice e già si stava fermando un camion...

Già. Eri tutta matta.

No. Dovevo solo andare in bagno. Da morire.
- afferma, per poi tornare a ridere di gusto, scuotendo la testa.


Gli occhi accesi studiano i lineamenti di quell'uomo ben vestito, che la guarda come ha sempre fatto.
Come ha sempre fatto. Lo nota solo ora. E questo fa sfumare un po' il sorriso, mentre abbassa gli occhi e si rifugia nel bicchiere.

Non gli è sfuggito, la conosce troppo bene. La osserva, poi -
Helen. Scusami se ti ho cercata.
Forse non avrei dovuto. Ma per me era troppo importante.
Ho... qualcosa per te.


Lei increspa la fronte guardandolo.


No. Non ce l'ho qui con me. Ti ci porto appena abbiamo finito - le assicura col suo solito sorriso. Il resto della cena scorre via serenamente, anche se con qualche momento di silenzio di troppo.

È con la sua macchina sportiva che al termine della cena lasciano il ristorante per raggiungere il Porto. Parcheggia nei pressi della zona turistica e da lì si avviano a piedi, tra i piccoli negozi ed i locali.  Le prende la mano, e inizia a condurla per i vicoli, lasciandosi alle spalle le luci e il viavai, fino a una palazzina anonima. Lei lo guarda corrucciata, non capisce, ma lui si porta l'indice alle labbra, chiedendole di fare silenzio. Estrae una chiave, apre una porta, e sono all'interno. Un vestibolo semplice, male illuminato, scale che salgono al primo piano, scale che scendono alla cantina, una fila di cassette della posta un po' malandate.



Phil ma... - prende a domandare piano, ma lui ancora una volta le fa segno di tacere. La sua mano si posa in un punto del muro, e un pannello scorrevole scompare nella parete, creando un varco.


Dopo di te.


Lo guarda sconcertata, ma lo attraversa. Si fida di lui ciecamente. Da sempre.
Sono entrambi dall'altra parte, quando il pannello si chiude e luci al neon si accendono su una scala che conduce al sottosuolo. Percorrono insieme la scala, una struttura in metallo e led decisamente diversa dal contesto esterno, fino a una porta blindata in metallo, priva di maniglie o serrature, affiancata da un dispositivo per la scansione della retina. Phil si fa avanti, il dispositivo lo riconosce, la porta si apre.



Salve Philip - una voce risuona nel silenzio, facendo trasalire Helen, ma ci mette meno di un attimo, mentre le luci si accendono, a capire che si tratta di una IA.


Salve Jade. Questa è Helen. Helen Jenkins.

Salve Helen
- la stessa voce femminile e chiaramente sintetica.

L'interno è spazioso, fin troppo. Un tavolo rotondo, circondato da sei sedie, un angolo cottura del tutto accessoriato. Da questo ambiente si accede a un corridoio a vista, separato dalla sala centrale per mezzo di una paratia bassa e una parete in vetro temperato antiproiettile, che circonda interamente la sala. Helen segue l'uomo stordita.



Mi spieghi dove siamo, Phil?


A lato del corridoio si aprono diverse porte scorrevoli. Un magazzino/dispensa completamente rifornito, una piccola camera accessoriata di due cuccette, armadio, scrivania, bagno, altra camera simile, un'infermeria, altro bagno, una sala relax con attrezzi da palestra e vasca idromassaggio. Infine un'ultima stanza, anche questa protetta dallo scan retinico. Philip si ferma, fronteggiandola.

Helen... Io... Volevo dirti che ho saputo.

Cosa hai saputo?

La tua... registrazione.



Increspa la fronte un istante, poi capisce, ma con grande sorpresa dell'uomo incurva un sorriso.


Sei uno stalker.


Lui ride, forse più di sollievo che altro, le cinge i fianchi e l'attira a sé. Lei non riesce a evitarlo, non mentre guarda nei suoi occhi. E neppure riesce a evitare quel bacio, o forse non vuole. Forse è Phil il primo a tirarsi indietro, forse lei, o forse lo fanno entrambi, contemporaneamente. E probabilmente per lo stesso motivo, evidente negli occhi dell'uno con una sfumatura colpevole, negli occhi dell'altra come un'ombra di dispiacere, la consueta vaga chiusura.

Perché mi hai portata qui, Phil?

Lui non risponde subito. Lascia che il dispositivo gli scansioni la retina, si sente lo sblocco della porta metallica, ma questa non si apre.

Apri la porta, Jade.


La porta scorre lasciandoli entrare, e nel varcare la soglia le luci al neon si accendono. Una luce prevalentemente bluastra, per non affaticare gli occhi. La stanza non è molto grande. C'è una scrivania ampia e una console.



Questa dà accesso manuale al sistema Jade e a tutti i controlli del rifugio - le spiega, sfiora poi alcuni comandi manuali, facendo apparire diversi schermi - E quelli sono i monitor delle videocamere poste all'esterno, nel corridoio e vicino alle tre uscite. Mentre su quello schermo grande Jade può trasmettere dalle varie videocamere open che si trovano in giro per la città. - Ma l'attenzione di Helen è completamente concentrata su una tuta nera appesa in una teca illuminata, in fondo alla stanza. Interroga l'altro con lo sguardo, e lui la invita ad avvicinarsi.


Te l'ho detto. Ho saputo della tua registrazione. Tu lo sai qual'è il mio pensiero, lo hai sempre saputo - lo ascolta in silenzio, la mente alle interminabili discussioni sul come e il perché secondo lui i mutanti erano un bene per l'umanità e su come fosse convinto che ognuno di loro avrebbe dovuto impegnarsi per la difesa delle città e di come lui lo avrebbe fatto, se avesse avuto un qualsiasi potere. Il fatto che lo facesse già, e che fosse un mutante, lo aveva saputo solo diverso tempo dopo, quando aveva deciso di dirglielo, subito prima di chiederle di sposarlo... 

Solo la sua voce interrompe il flusso dei suoi pensieri.


Helen? Mi stai ascoltando?

Come? Sì. Sì certo ti ascolto.

Quindi? Hai capito? Perfettamente integrata. È in grado di percepire la variazione cellulare e adeguarsi, prendendo le caratteristiche della tua pelle e di fatto divenendone parte.



Lei lo guarda sconcertata.


Indispensabile, perché il tuo potere di rifrazione, e anche la superficie abrasiva di cui puoi disporre sarebbero notevolmente ridotte da qualsiasi altro tipo di abbigliamento. Inoltre...

Potere di rifrazione? Ma di che accidenti stai parlando?


Non capisce, non riesce a stargli dietro, è tutto troppo veloce.

Helen... Ma davvero non hai idea di quello che puoi fare? - la guarda stupito - Non ti sei documentata nemmeno un poco?

Lei scuote appena la testa, tornando a guardare la tuta, e la maschera appesa lì accanto.


Indossale Helen - la invita - Ti prego.


Lei ancora non si muove, continua a fissarlo.


Helen. So che hai il chip disattivato, per il virus.

Perfetto, sai anche questo...
- inizia a spazientirsi, ma si limita a storcere le labbra, scuotendo la testa.


Indossale. Almeno una volta. Ora. Devo farti vedere come funziona, e quello che puoi fare davvero.


Lei lascia andare un sospiro e si arrende. Raramente è riuscita a negargli qualcosa. Forse solo l'unica che lui volesse davvero: diventare sua moglie.
Prende la tuta e gli stivaletti annessi e va a cambiarsi, rientrando poco dopo.



Helen... sei...


Lei storce le labbra, dietro la maschera di tessuto e cristalli che le ricopre interamente il volto.


Mi sento ridicola.

Ridicola? Sei uno spettacolo. Ma aspetta di vederla in funzione...



Un sospiro rassegnato - Che devo fare?

Attiva la mutazione.

Adesso? Qui?

No, se vuoi andiamo in JFK Plaza. O in Boathouse Row, dove preferisci?



Riesce a farla sorridere, anche in queste circostanze, ma lui non può saperlo. Guarda ai suoi occhi, china il viso. Non lo ha mai fatto davanti a qualcun altro, e non è affatto facile per lei, ma alla fine evita di guardarlo e come sempre si concentra solo sulla sua mano destra. Rapidamente la pelle cambia di spessore e consistenza, trasformandosi nella corazza inscalfibile che ormai inizia ad accettare come parte di sé. Appena inizia la mutazione, la tuta ha una mutazione analoga e cambia struttura cellulare, andandosi a fondere in tutto e per tutto con l'altra superficie adamantina.
Lo sguardo di Phil è affascinato e fiero.



Eccezionale...  Aspetta! - si affretta poi a dirle - Ora. Cerca di concentrarti. I diamanti che ti ricoprono puoi controllarli. Puoi renderli più spessi, più taglienti, ma anche più rifrangenti, molto più rifrangenti. Ma non durerà molto, quindi controlla i tempi - intanto estrae dalla tasca un paio di occhiali da eclissi, che va a infilarsi, facendole scuotere la testa - Forza. Provaci.


Helen in un primo momento rimane interdetta, poi sospira e cerca di concentrare l'attenzione sulla superficie della propria pelle, fusa con la tuta che la ricopre. Inizia a sentirla, ad avvertirne le caratteristiche, sente crescere una strana euforia, la sensazione di poter assorbire la luce e rigettarla indietro, ed è un istante: un lampo di luce accecante si riflette dal suo corpo, illuminando per un attimo a giorno tutta la sala.


Grandioso! Ci sei riuscita al primo colpo Helen!



L'entusiasmo di Phil è pari forse soltanto alla confusione della ragazza. Si guarda le mani, le braccia, il corpo. Non riesce a credere a quello che ha appena fatto.


Phil io... - ma non dice altro, solo lascia la stanza, tornando poco dopo con la tuta ripiegata sul braccio. Gliela restituisce.


Lui la guarda in viso.



Helen... Tutto questo... So come sembra, ma ti prego. Io voglio solo che tu prenda in considerazione questa cosa. E voglio che tu abbia qualcosa di mio. Qualcosa che un giorno potrebbe fare la differenza. Non deve essere domani. Né tra una settimana. Potrebbe essere mai. Anche se spero che non deciderai di gettare via la possibilità di fare la tua parte.
Forse tu credi che il tuo potere sia utile solo per proteggere te, ma non è così. Potresti proteggere molte persone. Potresti fare la differenza Helen. Fare qualcosa per rendere migliore questa città. Ti chiedo solo di pensarci. Ti prego.



Non può negarglielo. Annuisce, ma quasi non riesce più a guardarlo in viso, almeno fino a quando non lo fa per dirgli - Okay. Ora andiamo, per favore.


Non era la risposta che Phil sperava, ma acconsente, riuscendo solo a convincerla, prima di andare, a farsi scansionare la retina per aggiungere i suoi dati biometrici ai controlli.

Potrai cancellare i miei quando e se deciderai che tutto questo sia tuo.


Aziona il comando e la porta si apre.


Arrivederci Phil, arrivederci Helen - le luci si spengono alle loro spalle.


Arrivederci Jade.

Ciao Jade.



Ed è ancora con questo tumulto nella testa che, dopo aver salutato Phil sotto casa sua, Helen si trova tra le mani l'ennesima lettera anonima, un numero di cellulare, e una lunga nottata insonne da superare.







sabato, maggio 12

Digging deep

È un po' che guardo questo cursore lampeggiante. Mi chiede di scrivere, e io voglio scrivere. Ma è più difficile di quanto pensassi.
Troppo difficile.
Le cose che vorrei scrivere sono in profondità, molto in profondità, e tirarle fuori fa male.
Eppure è quello che voglio fare. Tirarle fuori, sporcarmi le mani, guardarle in faccia una volta per tutte.

Sentire la voce di Phil ieri è stato come ritrovarmi catapultata indietro di sei anni. Ritrovarmi innamorata di un uomo stupendo, il cui unico errore è stato amarmi, e dirmi tutta la verità, in un momento in cui non ero pronta ad accettare le mie, di verità, figuriamoci quelle degli altri.

E poi girare per la città, in questi due giorni, con l'attenzione al massimo, e invece di documentare moti, disordini e violenze, come mi aspettavo, cogliere gli istanti. Un oggetto sospeso a mezz'aria, una fiammella tra le mani vuote di un ragazzo, una corsa folle nella notte, per prendere un autobus in partenza, gli occhi sorridenti di chi si sente libero, due splendidi angeli che solcano il cielo. Veloci, troppo veloci, perché ora sono liberi di farlo, ma non autorizzati. Non ancora.

Lo saranno mai? Non lo so.

Ho passato la vita intera a temerli, e a disprezzarli. A disprezzare tutto quello che rendeva gli uomini "diversi". A detestare mia sorella per quello che era, prima, e per quello che aveva deciso di essere poi. A disprezzare me stessa. A provare ribrezzo per quello che mi teneva al margine, separata da ciò che era "normale" e che volevo essere.
Solo ora inizio a capire. Solo ora riesco a guardarmi in faccia senza vergogna, a sentire questa "cosa" come parte di me davvero. Inizio a sentirmi... completa.

Ed è una cosa che ancora mi spaventa. Perché se prima mi sentivo parte della parte più visibile del mondo, quella che detiene il potere e che impone le regole, non fosse per una "malformazione" gestibile, ora inizio invece a sentirmi parte della minoranza, quella difficile, che vorrebbe vivere senza dover nascondere o limitare nulla di ciò che è per nascita. E mi sento più vicina, troppo vicina, a chi si sta impegnando per un cambiamento.

E non so che fare. Sempre che si possa fare qualcosa...

Aaron dice di crederci. Dice che tutto questo avrà fine un giorno, che bisogna combattere "dall'interno", adeguandosi alle leggi attuali.

Io non lo so. Non so cosa sia giusto. So che se non avessi visto, se non avessi provato... Avrei continuato a vivere nella convinzione che tutto questo fosse pericoloso e sbagliato. Mentre ora...

Se sia possibile davvero un cambiamento io non lo so. Non riesco a crederci. L'Orbo parla di un sogno. E io non so sognare, ancora.  Solo... Solo che inizio a desiderarlo davvero.




Phone call #3

Helen ciao. Come stai?

... Phil?

Sì. Phil.

Ciao...
- si avverte il sorriso, ma anche l'evidente stupore, di risentirlo dopo tanti anni.

Come stai?

La sua voce è quella di sempre, l'effetto di una coperta calda posata sulle spalle in una gelida notte invernale. La fa sorridere.

Sto... bene immagino.

Si sente l'uomo ridere sommessamente, dall'altra parte.

Immagini. Credo sia un buon punto di partenza.

Lei resta in silenzio, le labbra incurvate e gli occhi persi su ricordi lontani, che credeva di aver accantonato ormai definitivamente da tempo.
Il silenzio si protrae, rotto alla fine di nuovo dall'uomo.


Ho fatto male a chiamarti?

Esita un istante - No. No no... Solo... Come hai avuto questo numero?

Stavolta il silenzio si prolunga un po' eccessivamente dall'altra parte.

Beh... Ho chiesto un po' in giro. Volevo sapere che fine avessi fatto.
- altro silenzio - So che ora sei a Philadelphia.

Sì infatti, da qualche mese. Tu? Sempre a Frisco?

Un breve sbuffo divertito accarezza il microfono, dall'altra parte.

No. Ci siamo trasferiti a Washington da qualche anno.

Oh. "Ci siamo". Quindi tu e Laura...

Sì. Siamo ancora insieme. Ed è arrivata una terza Desmond, Jasmine.


Helen sorride, o meglio le sue labbra sorridono, gli occhi restano appesi in un punto imprecisato, spenti.

Quindi? - domanda infine con rinnovata verve - A che devo... - non continua con le frasi di rito.

Sono... qui a Philadelphia, per qualche giorno. Mi hanno mandato qui a sistemare alcuni casini...

Stai parlando del virus? C'entra qualcosa un procuratore federale in tutto questo? Perché è ancora quello il tuo lavoro, giusto?

Sì, sì, ancora quello. E... non sono cose di cui posso parlare troppo, lo sai. Comunque, resterò qualche giorno, e mi farebbe piacere incontrarti. Pensi si possa fare?


Si morde il labbro con vaga apprensione, lo sguardo ancora vuoto, prolungando l'attesa di un istante, poi gli risponde.

Okay. Ma certo, va bene. Fammi sapere quando. Mi fa piacere rivederti.


Il tono dell'uomo sembra estremamente sollevato, e sorridente.

Bene allora. Appena ho un momento libero ti chiamo. Tieniti una sera libera okay?

Okay. Ci sentiamo!

Ci sentiamo.


Resta a rimuginare per un bel po', con lo sguardo cupo e la testa piena di fastidiosi ricordi. Infine riesce ad accantonare il tutto e ad avviarsi per iniziare la giornata.


 

giovedì, maggio 10

A virus named Freedom

È finalmente riuscita a scegliere qualcosa da indossare il giorno dopo, quando siede alla scrivania per dare un'occhiata alle notizie di agenzia e a un paio di social prima di andare a dormire.
E la notizia è lì che rimbalza un po' ovunque.


Il Virus prevede un effetto collaterale senza precedenti per i superumani di alcune zone delle maggiori città d'America, un effetto che molti di loro non provavano da molti anni.
Almeno metà dei superumani di quelle zone potranno essere liberi di essere loro stessi senza avere paura di essere segnalati da un Chip o da qualcuno che decide per loro quando, dove e come devono utilizzare la loro libertà. I loro chip non funzioneranno più.

Gli occhi restano sgranati a lungo sullo schermo. Afferra a tentoni il cellulare dalla scrivania e digita un messaggio. A giro le arriva una risposta che la fa deglutire.

Non sa se fidarsi. Non sa se ci può essere qualche errore, o se il virus può essere debellato a breve, tuttavia...

Distende la mano destra e, lentamente la vede cambiare colore, consistenza. Una sensazione che le fa chiudere gli occhi. Reclina e torce indietro il collo, con l'impressione, che da giorni ogni tanto la assale, di sentire i naniti strisciare come vermi dentro di lei. Intanto la mutazione procede, inspessendosi e rivestendola completamente. Torna alla stanza, e si guarda allo specchio. Quel viso, il suo viso. Non la infastidisce più guardarlo. Di nuovo guarda la mano destra, distende le dita, chiude il pugno, lo stringe più forte e sente qualcosa montare dentro. Una sorta di rabbia sorda e indomabile che le scivola sottopelle, quasi tangibile, lungo il braccio, fino al pugno chiuso. E nell'osservare quel pugno le nocche si deformano sotto il suo sguardo. Un'escrescenza si va formando a dare forma alla sua rabbia, i cristalli si affastellano rapidamente uno sull'altro a formare quella che ha tutto l'aspetto di una lama. La rabbia non si è sopita, affatto, si è solo materializzata in quell'escrescenza solida e affilata che completa il suo pugno destro. Pugno che ora sferra contro lo schienale di una poltroncina, trapassandola da parte a parte. Rimane ansante, gli occhi rilucenti quanto i diamanti neri che la ricoprono completamente. Deglutisce e respira a fondo, lasciando che quella lama si ritiri lentamente, mentre la pelle pian piano riprende la consistenza di sempre.
Resta immobile, stordita, per qualche istante. Serra le labbra, poi rapida torna nell'altra stanza a verificare. Nessun messaggio, né sul cellulare, né altrove. Forse dopotutto nessuno verrà a cercarla per uso improprio dei poteri, questa notte.

Di dormire non se ne parla. Stasera si lavora! Si cambia, prende la borsa ed esce, intenzionata a documentare dovunque sia possibile il risultato di quella "bomba" informatica caduta su Philadelphia.