Rientra tardi, gli abiti stazzonati, umidi di pioggia, le scarpe e la borsa irrimediabilmente rovinati, il vetro del cellulare rotto, i capelli completamente spettinati. Getta scarpe e impermeabile dove capita, poi prende il cellulare, scorre la rubrica, seleziona un contatto, si siede sul divano e inizia a scrivere. Scrive per qualche riga, si ferma, rilegge, cestina il messaggio.
Riprende a scorrere la rubrica e guarda a lungo un contatto, prima di spegnere il display e lanciare il telefono sul divano, poi raccoglie le ginocchia tra le braccia, vi posa la fronte e inizia a piangere. Sola.
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sabato, settembre 29
sabato, luglio 28
Dear Sister #2
To: hilde.jk@aol.com
From: hljenks@aol.com
Subject:
Ciao Hilde.
Non ho idea se ancora controlli questo indirizzo. Spero di sì, che riuscirai a ricevere questa mail.
No, la mamma sta bene, se è quello a cui stai pensando.
Lo so, non ho vinto il premio sorella dell'anno. Mai. Ma magari c'è ancora speranza, no?
Ti ho pensato infinite volte nell'ultimo periodo. E non solo perché ora vivo a Philadelphia e perché ho conosciuto i tuoi amici. O almeno, alcuni di loro. Giusto un paio a dir la verità.
In realtà sono altri i motivi.
La morte di papà, innanzi tutto.
Mi sono resa conto di quanto ti abbia odiato. Per quello che gli avevi fatto, sì, ma molto di più per come lui ti amasse, sempre e malgrado tutto. Più di quanto abbia mai amato me. O almeno così pensavo. Fino a quando non l'ho visto, quella maledetta sera. Quella sera ha allargato le braccia, ed è me che voleva stringere, diceva a me di volermi bene. Proprio mentre... Ma no, andiamo per gradi.
Ho qualcosa da dirti. E non so come dirtelo. Non so da dove cominciare.
Ho lasciato che tu ti credessi diversa, per tutti questi anni. Che ti sentissi sola. E l'ho fatto senza l'ombra di un rimorso. Almeno fino a quando non ho messo piede qui. Nella maledetta città dove il tuo potere si è risvegliato con prepotenza, dove hai deciso di frequentare quella scuola, di registrarti e di mandare all'aria tutto l'equilibrio stabile e fasullo della nostra famiglia.
Credevo che l'avrei odiata. Che l'avrei lasciata il prima possibile.
E invece pian piano mi sono resa conto di essere uguale a lei. Una città complicata, piena di orrori, di cose strane, ma anche di cose meravigliose, di gente che dà letteralmente la vita per gli altri, di panorami mozzafiato, di... tutto quello che rende la vita uno schifo, oppure degna di essere vissuta.
E forse è così che siamo tutti. Compositi, complicati, ma degni di essere vissuti. Tutti noi, nessuno escluso.
E io per anni ho rifiutato di viverti. Anzi, per meglio dire, ho rifiutato di vivere me stessa. E di conseguenza anche te.
Perché alla fine è questo il motivo. Eri troppo simile a me. A quello che sono veramente, per poterti accettare. Ed eri troppo diversa, troppo simile a come avrei voluto essere, per poterti accettare.
E per lo stesso motivo ho rifiutato Phil, spingendolo fuori dalla mia vita, nella vita di un'altra.
Hilde, quello che sto cercando di dirti è che anche io ho il gene X attivo. Da anni, tanti anni. Ne avevo 11, quando me ne sono accorta per la prima volta. Ma non volevo e non potevo accettarlo. E l'ho fatto solo da quando sono qui, da pochi mesi. E in questi pochi mesi la mia vita è cambiata così tanto che...
Sono registrata, ora. E no, non di mia volontà. Ma ho un lavoro che amo, una carriera, potremmo dire, e una casa, una vita. Insomma non potrei mai lasciare tutto come hai fatto tu, solo per vivere le mie convinzioni.
Perché sì, sono più simili alle tue di quanto avrei mai potuto immaginare.
Ma sto cercando di fare la mia parte.
E questo è quanto. Non c'è molto altro da dire. O forse troppo di più di quello che si potrebbe scrivere in una mail.
Sappi solo che ti voglio bene. Credo di avertene sempre voluto, a modo mio.
E mi dispiace. Mi dispiace maledettamente tanto, per tutto quello che hai sofferto anche per colpa mia.
Sappi solo che ho sofferto anche io. Forse in modo diverso. Ma forse è quello che continuo a fare. O che mi nego di fare.
Non sono mai stata troppo brava con l'introspezione, è una cosa che odio.
Spero che riuscirai a perdonarmi, prima o poi.
Abbi cura di te.
Helen
domenica, luglio 8
Inside
Il primo vero intervento da vigilante.
Philip sarebbe fiero di me. Anzi, probabilmente lo sarà. E forse anche Hilde lo sarebbe.
Ma non se sapessero come sono davvero, come mi sento, quando mi trovo a combattere contro qualcuno che merita la mia violenza e la mia ira.
Non sono una brava persona come loro, o come Elizabeth, una che sa contenersi davanti a un criminale, una che ritiene che qualsiasi vita sia un bene prezioso, che ogni essere umano meriti una possibilità.
È quello che mi hanno rimproverato, per Eileen.
Beh non sono così. In Eileen ho visto una vita giovane, che non ha avuto altre possiblità che crescere nell'inferno, e ne è cresciuta alterata, forse in modo irreversibile. Ma ci fosse stata anche una sola possibilità, a 21 anni, quell'unica possibilità dovevo dargliela.
Ma quando ho davanti un criminale che mi aggredisce o aggredisce qualcun altro accanto a me, o anche solo mi ostacola... Beh, quello merita il peggio che ho da dargli. E non esito un istante a stordire con un calcio un uomo già a terra con le gambe spezzate, se anche solo la sua mente è in grado di ostacolarmi, e non esiterei a tranciargli la giugulare, se la mia vita o quelle di altri fossero a rischio. Ma ho il dovere di controllarmi, quando ho il tesserino addosso. Perché questo dice la legge degli Stati Uniti D'America.
Spero davvero di riuscirci sempre.
Philip sarebbe fiero di me. Anzi, probabilmente lo sarà. E forse anche Hilde lo sarebbe.
Ma non se sapessero come sono davvero, come mi sento, quando mi trovo a combattere contro qualcuno che merita la mia violenza e la mia ira.
Non sono una brava persona come loro, o come Elizabeth, una che sa contenersi davanti a un criminale, una che ritiene che qualsiasi vita sia un bene prezioso, che ogni essere umano meriti una possibilità.
È quello che mi hanno rimproverato, per Eileen.
Beh non sono così. In Eileen ho visto una vita giovane, che non ha avuto altre possiblità che crescere nell'inferno, e ne è cresciuta alterata, forse in modo irreversibile. Ma ci fosse stata anche una sola possibilità, a 21 anni, quell'unica possibilità dovevo dargliela.
Ma quando ho davanti un criminale che mi aggredisce o aggredisce qualcun altro accanto a me, o anche solo mi ostacola... Beh, quello merita il peggio che ho da dargli. E non esito un istante a stordire con un calcio un uomo già a terra con le gambe spezzate, se anche solo la sua mente è in grado di ostacolarmi, e non esiterei a tranciargli la giugulare, se la mia vita o quelle di altri fossero a rischio. Ma ho il dovere di controllarmi, quando ho il tesserino addosso. Perché questo dice la legge degli Stati Uniti D'America.
Spero davvero di riuscirci sempre.
mercoledì, giugno 13
Unexpected gifts
Redazione del Doubter, ore 12. L'atmosfera è quella rilassata dell'ora che precede la pausa pranzo. Qualcuno l'ha anticipata, altri sono in procinto di staccare.
Helen è nell'area relax davanti a uno dei distributori automatici e sta chiacchierando con Rona, la bionda che si occupa di moda e spettacolo, quando Peter, della reception, la raggiunge con un pacco.
Helen, è arrivato questo per te.
Per me? - domanda increspando la fronte, poi solleva le sopracciglia e piega un sorriso, prendendo il pacco che il ragazzo le porge - Ok, grazie.
Uh. Hai ordinato qualcosa? Che ti sei comprata? Fai vedere. La collega la guarda incuriosita mentre si appoggia sul tavolo comune per aprire il pacco.
No, non ho ordinato niente...
Apre la scatola e quello che vi trova le fa inarcare le sopracciglia.
Wow! Hey devi raccontarmi qualcosa? Dove hai passato la notte Helen?
Sfila dal pacco una rosa rossa che le fa inclinare un mezzo sorriso. Poi un pacchetto più piccolo. Apre anche questo. Una collana, con un diamante al centro.
Rona resta senza fiato - Ma... fa proprio sul serio! Dai, dimmi chi è, forza! - Ma Helen ora è accigliata. Qualcosa non quadra.
Infine trova il biglietto. Lo apre, lasciando che intanto la collega prenda a rimirare il gioiello, provandolo anche davanti al collo, specchiandosi nell'inserto cromato del distributore automatico, e mostrandolo a un paio di altre freelance arrivate lì per caso - Helen ha un amante ricco, e non vuole dirmi niente!
Rimane in silenzio, la fronte contratta e gli occhi scuri, cupi, fermi sul biglietto, mentre i cinguettii e le risatine delle altre diventano un sottofondo ovattato.
Poi indossa un sorriso il più possibile convincente e toglie loro dalle mani la collana.
Scusate ragazze. Cose personali... - dice loro abbassando la voce, ammiccando. Infila tutto di nuovo nella scatola e si allontana, portandosela via. Insieme al carico di pensieri che di nuovo la fanno accigliare mentre lascia la redazione.
Helen è nell'area relax davanti a uno dei distributori automatici e sta chiacchierando con Rona, la bionda che si occupa di moda e spettacolo, quando Peter, della reception, la raggiunge con un pacco.
Helen, è arrivato questo per te.
Per me? - domanda increspando la fronte, poi solleva le sopracciglia e piega un sorriso, prendendo il pacco che il ragazzo le porge - Ok, grazie.
Uh. Hai ordinato qualcosa? Che ti sei comprata? Fai vedere. La collega la guarda incuriosita mentre si appoggia sul tavolo comune per aprire il pacco.
No, non ho ordinato niente...
Apre la scatola e quello che vi trova le fa inarcare le sopracciglia.
Wow! Hey devi raccontarmi qualcosa? Dove hai passato la notte Helen?
Sfila dal pacco una rosa rossa che le fa inclinare un mezzo sorriso. Poi un pacchetto più piccolo. Apre anche questo. Una collana, con un diamante al centro.
Rona resta senza fiato - Ma... fa proprio sul serio! Dai, dimmi chi è, forza! - Ma Helen ora è accigliata. Qualcosa non quadra.
Infine trova il biglietto. Lo apre, lasciando che intanto la collega prenda a rimirare il gioiello, provandolo anche davanti al collo, specchiandosi nell'inserto cromato del distributore automatico, e mostrandolo a un paio di altre freelance arrivate lì per caso - Helen ha un amante ricco, e non vuole dirmi niente!
Potrei quasi indispettirmi per aver disattivato il numero. A tempo debito ci vedremo di persona. Goditi il regalo.
Rimane in silenzio, la fronte contratta e gli occhi scuri, cupi, fermi sul biglietto, mentre i cinguettii e le risatine delle altre diventano un sottofondo ovattato.
Poi indossa un sorriso il più possibile convincente e toglie loro dalle mani la collana.
Scusate ragazze. Cose personali... - dice loro abbassando la voce, ammiccando. Infila tutto di nuovo nella scatola e si allontana, portandosela via. Insieme al carico di pensieri che di nuovo la fanno accigliare mentre lascia la redazione.
lunedì, giugno 4
The match
Ciao Andre,
non so se riceverai mai questo messaggio, se il tuo numero sia ancora questo...
Lo so, non mi sono più fatta sentire, ma lo sai come sono. E tra l'altro penso sempre che chi lascia tutto ha i suoi buoni motivi, e magari deve essere lui a decidere se ha davvero voglia di risentire le persone che si è lasciato alle spalle.
Ma farò un'eccezione, giusto per dirti che la tua mancanza si sente. Io la sto sentendo.
Forse perché sei l'unica persona che conosco in grado di capire quando quello di cui avrei bisogno sarebbe un abbraccio invece che un fiume di parole. E perché quando eri qui non ero in grado di capirlo io, questo.
E non so se vorrei che fossi qui, o se vorrei solo essere quella di prima, che gli abbracci invece li rifuggiva. Che riusciva a chiudere tutto fuori e semplicemente non sentire niente.
A volte mi sembra di essere un campo da gioco dove i contendenti segnano i loro punti.
La Gifted Alliance fa la sua mossa, mi mostra una Philly completamente diversa, dove i mutanti vivono in modo pacifico anche senza il guinzaglio, dove chi ha le ali può solcare il cielo e chi è veloce come il vento può correre libero e dove i bambini giocano sollevandosi da terra... e segna il suo punto. Mi fa amare questa città. E mi fa amare me stessa, in tutte le mie... sfaccettature, è il caso di dirlo, come non avevo mai fatto prima. Un punto per la gifted.
Poi arriva il governo, con le sue leggi, mi sbatte in prigione con gli stessi vestiti sporchi e laceri con cui ho visto ammazzare tre persone sotto i colpi implacabili di una shell degli Hunter-X, due notti e due giorni ammanettata in cella, in attesa di "accertamenti", perché ho richiamato la mia corazza. E chissà, potrei averlo fatto a scopo offensivo, per ergermi "giudice e boia"...
E mi ritrovo scaraventata indietro a quando tutto quello che desideravo era essere "normale", non avere dannati poteri a cacciarmi nei guai. A quando desideravo che Magnus se li fosse portati via tutti. E per sempre. Uno pari. Palla al centro.
Mi dispiace. Purtroppo è così che funziono. Tutto quello che ho sempre desiderato non è niente altro che vivere serenamente la mia vita. E sembra che sia nata con i geni sbagliati, per questo.
Ok. Ti ho scritto. Ma forse è meglio che le cose restino così. Ti auguro la vita che volevi, andando via di qui. E senza voltarti indietro.
Seleziona il testo e invece di inviarlo lo copia semplicemente nelle pagine del diario.
non so se riceverai mai questo messaggio, se il tuo numero sia ancora questo...
Lo so, non mi sono più fatta sentire, ma lo sai come sono. E tra l'altro penso sempre che chi lascia tutto ha i suoi buoni motivi, e magari deve essere lui a decidere se ha davvero voglia di risentire le persone che si è lasciato alle spalle.
Ma farò un'eccezione, giusto per dirti che la tua mancanza si sente. Io la sto sentendo.
Forse perché sei l'unica persona che conosco in grado di capire quando quello di cui avrei bisogno sarebbe un abbraccio invece che un fiume di parole. E perché quando eri qui non ero in grado di capirlo io, questo.
E non so se vorrei che fossi qui, o se vorrei solo essere quella di prima, che gli abbracci invece li rifuggiva. Che riusciva a chiudere tutto fuori e semplicemente non sentire niente.
A volte mi sembra di essere un campo da gioco dove i contendenti segnano i loro punti.
La Gifted Alliance fa la sua mossa, mi mostra una Philly completamente diversa, dove i mutanti vivono in modo pacifico anche senza il guinzaglio, dove chi ha le ali può solcare il cielo e chi è veloce come il vento può correre libero e dove i bambini giocano sollevandosi da terra... e segna il suo punto. Mi fa amare questa città. E mi fa amare me stessa, in tutte le mie... sfaccettature, è il caso di dirlo, come non avevo mai fatto prima. Un punto per la gifted.
Poi arriva il governo, con le sue leggi, mi sbatte in prigione con gli stessi vestiti sporchi e laceri con cui ho visto ammazzare tre persone sotto i colpi implacabili di una shell degli Hunter-X, due notti e due giorni ammanettata in cella, in attesa di "accertamenti", perché ho richiamato la mia corazza. E chissà, potrei averlo fatto a scopo offensivo, per ergermi "giudice e boia"...
E mi ritrovo scaraventata indietro a quando tutto quello che desideravo era essere "normale", non avere dannati poteri a cacciarmi nei guai. A quando desideravo che Magnus se li fosse portati via tutti. E per sempre. Uno pari. Palla al centro.
Mi dispiace. Purtroppo è così che funziono. Tutto quello che ho sempre desiderato non è niente altro che vivere serenamente la mia vita. E sembra che sia nata con i geni sbagliati, per questo.
Ok. Ti ho scritto. Ma forse è meglio che le cose restino così. Ti auguro la vita che volevi, andando via di qui. E senza voltarti indietro.
Seleziona il testo e invece di inviarlo lo copia semplicemente nelle pagine del diario.
mercoledì, maggio 23
Maybe...
Cammina lentamente, osservando ogni cosa di nuovo, come se fosse la prima volta. Il silenzio è irreale. Appena un soffio lo scorrere della porta di metallo che scompare nella parete dopo l'autenticazione. Le luci si accendono mentre varca la soglia.
Buonasera Helen!
Buonasera Jade...
Lentamente, quasi timorosa di sentire il rumore dei suoi stessi passi risuonare in quel luogo ora deserto.
Che ore sono Jade?
Ventitré e quarantasette minuti Helen.
Attraversa la stanza, scorre le dita sul mobilio dalla linea avveniristica. Gli occhi spaziano fin oltre il vetro temperato, lungo il corridoio che percorre l'esterno della sala, verso le altre porte ora chiuse. Raggiunge la cucina, osserva ogni superficie. Apre il frigo, attualmente vuoto ma funzionante.
Jade, Phil è stato qui altre volte?
Ventidue volte - risponde la voce sintetica.
Quando l'ultima?
Quattordici maggio duemilaventisette, ore zero e dodici minuti.
E la prima?
Undici luglio duemilaventitré, ore dieci e venticinque minuti.
Questo era il suo rifugio a Philadelphia, Jade?
Sì, Helen.
Jade tu ricevi aggiornamenti?
Sì, ogni tre mesi, se non ci sono modifiche urgenti.
Da dove?
Dal server 1, Washington DC.
Il server 1 è nel rifugio di Phil?
Sì Helen.
Laura sa di Phil? Della sua identità segreta?
Non ho abbastanza informazioni.
Laura Archer sa dell'identità segreta di Phil?
Non ho abbastanza informazioni, Helen.
Laura è mai stata al rifugio di Phil a Washington?
Non ho permessi sufficienti per accedere a queste informazioni.
Un breve sospiro. Lascia la stanza e imbocca il corridoio, continuando a camminare lentamente e osservando ogni cosa, le dita che sfiorano le pareti candide, le giunture metalliche. Raggiunge infine la porta in fondo al corridoio, posizionandosi per la scansione della retina. Un clic le comunica lo sblocco della porta.
Apri la porta Jade.
Il soffio della porta che si apre, poi le luci azzurrine della sala comandi. Raggiunge la teca in fondo alla stanza senza soffermarsi su altro, prende la maschera, la rigira tra le dita, la indossa, guardandosi poi nel debole riflesso sul vetro della teca.
Resta così per qualche istante, poi la toglie riponendola al suo posto.
Jade, preparami un bagno caldo, per favore.
Storce le labbra, nello scoprirsi a chiedere "per favore" a una IA, poi sbuffa un sospiro, fermandosi a osservare la maschera ancora per un istante. Infine si volta e attraversa la stanza, diretta alla sala relax, dove si sente scorrere l'acqua che sta riempiendo la vasca. Ormai ha deciso, dormirà qui questa notte.
Buonasera Helen!
Buonasera Jade...
Lentamente, quasi timorosa di sentire il rumore dei suoi stessi passi risuonare in quel luogo ora deserto.
Che ore sono Jade?
Ventitré e quarantasette minuti Helen.
Attraversa la stanza, scorre le dita sul mobilio dalla linea avveniristica. Gli occhi spaziano fin oltre il vetro temperato, lungo il corridoio che percorre l'esterno della sala, verso le altre porte ora chiuse. Raggiunge la cucina, osserva ogni superficie. Apre il frigo, attualmente vuoto ma funzionante.
Jade, Phil è stato qui altre volte?
Ventidue volte - risponde la voce sintetica.
Quando l'ultima?
Quattordici maggio duemilaventisette, ore zero e dodici minuti.
E la prima?
Undici luglio duemilaventitré, ore dieci e venticinque minuti.
Questo era il suo rifugio a Philadelphia, Jade?
Sì, Helen.
Jade tu ricevi aggiornamenti?
Sì, ogni tre mesi, se non ci sono modifiche urgenti.
Da dove?
Dal server 1, Washington DC.
Il server 1 è nel rifugio di Phil?
Sì Helen.
Laura sa di Phil? Della sua identità segreta?
Non ho abbastanza informazioni.
Laura Archer sa dell'identità segreta di Phil?
Non ho abbastanza informazioni, Helen.
Laura è mai stata al rifugio di Phil a Washington?
Non ho permessi sufficienti per accedere a queste informazioni.
Un breve sospiro. Lascia la stanza e imbocca il corridoio, continuando a camminare lentamente e osservando ogni cosa, le dita che sfiorano le pareti candide, le giunture metalliche. Raggiunge infine la porta in fondo al corridoio, posizionandosi per la scansione della retina. Un clic le comunica lo sblocco della porta.
Apri la porta Jade.
Il soffio della porta che si apre, poi le luci azzurrine della sala comandi. Raggiunge la teca in fondo alla stanza senza soffermarsi su altro, prende la maschera, la rigira tra le dita, la indossa, guardandosi poi nel debole riflesso sul vetro della teca.
Resta così per qualche istante, poi la toglie riponendola al suo posto.
Jade, preparami un bagno caldo, per favore.
Storce le labbra, nello scoprirsi a chiedere "per favore" a una IA, poi sbuffa un sospiro, fermandosi a osservare la maschera ancora per un istante. Infine si volta e attraversa la stanza, diretta alla sala relax, dove si sente scorrere l'acqua che sta riempiendo la vasca. Ormai ha deciso, dormirà qui questa notte.
giovedì, maggio 17
Philly and me
Non so perché l’ho fatto. Ne avevo bisogno. Avevo bisogno di specchiarmi nei suoi occhi. Vedermi riflessa nel suo sguardo, quando mi avesse vista veramente nuda.
Perché è questo che è stato.
Nuda. Ossia priva di ogni protezione o copertura, priva della maschera che indosso costantemente, perfino con me stessa, ormai da troppo tempo.
Solo Phil mi aveva vista così, prima di lui.
Ma non potevo basarmi su Phil per capire davvero, per vedermi davvero. Phil ha ancora un filtro che lo acceca, quando mi guarda. E io lo vedo nei suoi occhi. Non sarà mai obiettivo nei miei confronti.
Con Tate è diverso. Lui è attratto da me, gioca con me. Ma non è amore.
Fa quasi male vederlo così, scritto su una pagina. Eppure è quello che ho cercato, che ho voluto fin dall’inizio, e che voglio ancora. Quello che ci tiene insieme, forse più dell’attrazione che ci avvicina l’uno all’altro, la quieta certezza che no, non chiederemo altro. Eviteremo di farci del male.
Phil l’ho amato, l’ho amato davvero. E poi l’ho distrutto. Spezzato. Gli ho negato da un giorno all’altro non solo il mio amore, ma l’accettazione di quello che era. E questo è quello che mi fa più male, ora. Ora che inizio a vedere tutto con occhi nuovi.
E Hilde, ho fatto male anche a lei. Forse a lei più che a chiunque altro. Quando aveva bisogno di me, quando era solo una bambina ed è rimasta sola, o quando il ragazzo che amava, e che l’amava fino al giorno prima, aveva preso a chiamarla strega e puttana davanti a tutta la scuola… Io non ero con lei. Ero con quelli che le voltavano le spalle, la guardavano con disprezzo o le ridevano dietro.
Siamo spigolosi, taglienti, difficili. Ha ragione lui.
E proprio per questo era in lui che dovevo specchiarmi. E non credevo che avrebbe reagito così. Il suo sguardo, il tono della sua voce… Quando le sue labbra hanno sfiorato i cristalli… Ora so che voglio essere quello che sono e niente altro. E forse riuscirò anche a rimediare a qualcuno dei miei errori. Forse non è troppo tardi.
E questa città… questa dannata città, che ho odiato dal primo momento, da ancora prima di metterci piede.
Beh, ieri era bella come una regina, col diadema delle sue luci e delle stelle. E forse ho capito che dopotutto non siamo così diverse. Spigolosa, tagliente, esattamente come me. Sembra fregarsene di tutto, ma forse…
So che le devo un Grazie.
lunedì, maggio 14
Past and Future
Sono seduti al tavolo di un elegante ristorante del centro. Un uomo e una donna, sorridono, parlano, sembrano legati da una solida confidenza e ricordi comuni. Pasteggiano a ostriche e acqua minerale...
E ti ricordi quando tornavamo da quel concerto alla Oracle Arena e la macchina si è fermata nel bel mezzo della Nimitz? E dovevi anche andare in bagno...
Ridono entrambi.
Sì... - è lei a rispondere, senza smettere di ridere - E io volevo tornare in autostop, mentre tu ti rifiutavi di lasciare lì la macchina. E alla fine hai dovuto seguirmi per forza, perché ho alzato il pollice e già si stava fermando un camion...
Già. Eri tutta matta.
No. Dovevo solo andare in bagno. Da morire. - afferma, per poi tornare a ridere di gusto, scuotendo la testa.
Gli occhi accesi studiano i lineamenti di quell'uomo ben vestito, che la guarda come ha sempre fatto.
Come ha sempre fatto. Lo nota solo ora. E questo fa sfumare un po' il sorriso, mentre abbassa gli occhi e si rifugia nel bicchiere.
Non gli è sfuggito, la conosce troppo bene. La osserva, poi - Helen. Scusami se ti ho cercata.
Forse non avrei dovuto. Ma per me era troppo importante.
Ho... qualcosa per te.
Lei increspa la fronte guardandolo.
No. Non ce l'ho qui con me. Ti ci porto appena abbiamo finito - le assicura col suo solito sorriso. Il resto della cena scorre via serenamente, anche se con qualche momento di silenzio di troppo.
È con la sua macchina sportiva che al termine della cena lasciano il ristorante per raggiungere il Porto. Parcheggia nei pressi della zona turistica e da lì si avviano a piedi, tra i piccoli negozi ed i locali. Le prende la mano, e inizia a condurla per i vicoli, lasciandosi alle spalle le luci e il viavai, fino a una palazzina anonima. Lei lo guarda corrucciata, non capisce, ma lui si porta l'indice alle labbra, chiedendole di fare silenzio. Estrae una chiave, apre una porta, e sono all'interno. Un vestibolo semplice, male illuminato, scale che salgono al primo piano, scale che scendono alla cantina, una fila di cassette della posta un po' malandate.
Phil ma... - prende a domandare piano, ma lui ancora una volta le fa segno di tacere. La sua mano si posa in un punto del muro, e un pannello scorrevole scompare nella parete, creando un varco.
Dopo di te.
Lo guarda sconcertata, ma lo attraversa. Si fida di lui ciecamente. Da sempre.
Sono entrambi dall'altra parte, quando il pannello si chiude e luci al neon si accendono su una scala che conduce al sottosuolo. Percorrono insieme la scala, una struttura in metallo e led decisamente diversa dal contesto esterno, fino a una porta blindata in metallo, priva di maniglie o serrature, affiancata da un dispositivo per la scansione della retina. Phil si fa avanti, il dispositivo lo riconosce, la porta si apre.
Salve Philip - una voce risuona nel silenzio, facendo trasalire Helen, ma ci mette meno di un attimo, mentre le luci si accendono, a capire che si tratta di una IA.
Salve Jade. Questa è Helen. Helen Jenkins.
Salve Helen - la stessa voce femminile e chiaramente sintetica.
L'interno è spazioso, fin troppo. Un tavolo rotondo, circondato da sei sedie, un angolo cottura del tutto accessoriato. Da questo ambiente si accede a un corridoio a vista, separato dalla sala centrale per mezzo di una paratia bassa e una parete in vetro temperato antiproiettile, che circonda interamente la sala. Helen segue l'uomo stordita.
Mi spieghi dove siamo, Phil?
A lato del corridoio si aprono diverse porte scorrevoli. Un magazzino/dispensa completamente rifornito, una piccola camera accessoriata di due cuccette, armadio, scrivania, bagno, altra camera simile, un'infermeria, altro bagno, una sala relax con attrezzi da palestra e vasca idromassaggio. Infine un'ultima stanza, anche questa protetta dallo scan retinico. Philip si ferma, fronteggiandola.
Helen... Io... Volevo dirti che ho saputo.
Cosa hai saputo?
La tua... registrazione.
Increspa la fronte un istante, poi capisce, ma con grande sorpresa dell'uomo incurva un sorriso.
Sei uno stalker.
Lui ride, forse più di sollievo che altro, le cinge i fianchi e l'attira a sé. Lei non riesce a evitarlo, non mentre guarda nei suoi occhi. E neppure riesce a evitare quel bacio, o forse non vuole. Forse è Phil il primo a tirarsi indietro, forse lei, o forse lo fanno entrambi, contemporaneamente. E probabilmente per lo stesso motivo, evidente negli occhi dell'uno con una sfumatura colpevole, negli occhi dell'altra come un'ombra di dispiacere, la consueta vaga chiusura.
Perché mi hai portata qui, Phil?
Lui non risponde subito. Lascia che il dispositivo gli scansioni la retina, si sente lo sblocco della porta metallica, ma questa non si apre.
Apri la porta, Jade.
La porta scorre lasciandoli entrare, e nel varcare la soglia le luci al neon si accendono. Una luce prevalentemente bluastra, per non affaticare gli occhi. La stanza non è molto grande. C'è una scrivania ampia e una console.
Questa dà accesso manuale al sistema Jade e a tutti i controlli del rifugio - le spiega, sfiora poi alcuni comandi manuali, facendo apparire diversi schermi - E quelli sono i monitor delle videocamere poste all'esterno, nel corridoio e vicino alle tre uscite. Mentre su quello schermo grande Jade può trasmettere dalle varie videocamere open che si trovano in giro per la città. - Ma l'attenzione di Helen è completamente concentrata su una tuta nera appesa in una teca illuminata, in fondo alla stanza. Interroga l'altro con lo sguardo, e lui la invita ad avvicinarsi.
Te l'ho detto. Ho saputo della tua registrazione. Tu lo sai qual'è il mio pensiero, lo hai sempre saputo - lo ascolta in silenzio, la mente alle interminabili discussioni sul come e il perché secondo lui i mutanti erano un bene per l'umanità e su come fosse convinto che ognuno di loro avrebbe dovuto impegnarsi per la difesa delle città e di come lui lo avrebbe fatto, se avesse avuto un qualsiasi potere. Il fatto che lo facesse già, e che fosse un mutante, lo aveva saputo solo diverso tempo dopo, quando aveva deciso di dirglielo, subito prima di chiederle di sposarlo...
Solo la sua voce interrompe il flusso dei suoi pensieri.
Helen? Mi stai ascoltando?
Come? Sì. Sì certo ti ascolto.
Quindi? Hai capito? Perfettamente integrata. È in grado di percepire la variazione cellulare e adeguarsi, prendendo le caratteristiche della tua pelle e di fatto divenendone parte.
Lei lo guarda sconcertata.
Indispensabile, perché il tuo potere di rifrazione, e anche la superficie abrasiva di cui puoi disporre sarebbero notevolmente ridotte da qualsiasi altro tipo di abbigliamento. Inoltre...
Potere di rifrazione? Ma di che accidenti stai parlando?
Non capisce, non riesce a stargli dietro, è tutto troppo veloce.
Helen... Ma davvero non hai idea di quello che puoi fare? - la guarda stupito - Non ti sei documentata nemmeno un poco?
Lei scuote appena la testa, tornando a guardare la tuta, e la maschera appesa lì accanto.
Indossale Helen - la invita - Ti prego.
Lei ancora non si muove, continua a fissarlo.
Helen. So che hai il chip disattivato, per il virus.
Perfetto, sai anche questo... - inizia a spazientirsi, ma si limita a storcere le labbra, scuotendo la testa.
Indossale. Almeno una volta. Ora. Devo farti vedere come funziona, e quello che puoi fare davvero.
Lei lascia andare un sospiro e si arrende. Raramente è riuscita a negargli qualcosa. Forse solo l'unica che lui volesse davvero: diventare sua moglie.
Prende la tuta e gli stivaletti annessi e va a cambiarsi, rientrando poco dopo.
Helen... sei...
Lei storce le labbra, dietro la maschera di tessuto e cristalli che le ricopre interamente il volto.
Mi sento ridicola.
Ridicola? Sei uno spettacolo. Ma aspetta di vederla in funzione...
Un sospiro rassegnato - Che devo fare?
Attiva la mutazione.
Adesso? Qui?
No, se vuoi andiamo in JFK Plaza. O in Boathouse Row, dove preferisci?
Riesce a farla sorridere, anche in queste circostanze, ma lui non può saperlo. Guarda ai suoi occhi, china il viso. Non lo ha mai fatto davanti a qualcun altro, e non è affatto facile per lei, ma alla fine evita di guardarlo e come sempre si concentra solo sulla sua mano destra. Rapidamente la pelle cambia di spessore e consistenza, trasformandosi nella corazza inscalfibile che ormai inizia ad accettare come parte di sé. Appena inizia la mutazione, la tuta ha una mutazione analoga e cambia struttura cellulare, andandosi a fondere in tutto e per tutto con l'altra superficie adamantina.
Lo sguardo di Phil è affascinato e fiero.
Eccezionale... Aspetta! - si affretta poi a dirle - Ora. Cerca di concentrarti. I diamanti che ti ricoprono puoi controllarli. Puoi renderli più spessi, più taglienti, ma anche più rifrangenti, molto più rifrangenti. Ma non durerà molto, quindi controlla i tempi - intanto estrae dalla tasca un paio di occhiali da eclissi, che va a infilarsi, facendole scuotere la testa - Forza. Provaci.
Helen in un primo momento rimane interdetta, poi sospira e cerca di concentrare l'attenzione sulla superficie della propria pelle, fusa con la tuta che la ricopre. Inizia a sentirla, ad avvertirne le caratteristiche, sente crescere una strana euforia, la sensazione di poter assorbire la luce e rigettarla indietro, ed è un istante: un lampo di luce accecante si riflette dal suo corpo, illuminando per un attimo a giorno tutta la sala.
Grandioso! Ci sei riuscita al primo colpo Helen!
L'entusiasmo di Phil è pari forse soltanto alla confusione della ragazza. Si guarda le mani, le braccia, il corpo. Non riesce a credere a quello che ha appena fatto.
Phil io... - ma non dice altro, solo lascia la stanza, tornando poco dopo con la tuta ripiegata sul braccio. Gliela restituisce.
Lui la guarda in viso.
Helen... Tutto questo... So come sembra, ma ti prego. Io voglio solo che tu prenda in considerazione questa cosa. E voglio che tu abbia qualcosa di mio. Qualcosa che un giorno potrebbe fare la differenza. Non deve essere domani. Né tra una settimana. Potrebbe essere mai. Anche se spero che non deciderai di gettare via la possibilità di fare la tua parte.
Forse tu credi che il tuo potere sia utile solo per proteggere te, ma non è così. Potresti proteggere molte persone. Potresti fare la differenza Helen. Fare qualcosa per rendere migliore questa città. Ti chiedo solo di pensarci. Ti prego.
Non può negarglielo. Annuisce, ma quasi non riesce più a guardarlo in viso, almeno fino a quando non lo fa per dirgli - Okay. Ora andiamo, per favore.
Non era la risposta che Phil sperava, ma acconsente, riuscendo solo a convincerla, prima di andare, a farsi scansionare la retina per aggiungere i suoi dati biometrici ai controlli.
Potrai cancellare i miei quando e se deciderai che tutto questo sia tuo.
Aziona il comando e la porta si apre.
Arrivederci Phil, arrivederci Helen - le luci si spengono alle loro spalle.
Arrivederci Jade.
Ciao Jade.
Ed è ancora con questo tumulto nella testa che, dopo aver salutato Phil sotto casa sua, Helen si trova tra le mani l'ennesima lettera anonima, un numero di cellulare, e una lunga nottata insonne da superare.
E ti ricordi quando tornavamo da quel concerto alla Oracle Arena e la macchina si è fermata nel bel mezzo della Nimitz? E dovevi anche andare in bagno...
Ridono entrambi.
Sì... - è lei a rispondere, senza smettere di ridere - E io volevo tornare in autostop, mentre tu ti rifiutavi di lasciare lì la macchina. E alla fine hai dovuto seguirmi per forza, perché ho alzato il pollice e già si stava fermando un camion...
Già. Eri tutta matta.
No. Dovevo solo andare in bagno. Da morire. - afferma, per poi tornare a ridere di gusto, scuotendo la testa.
Gli occhi accesi studiano i lineamenti di quell'uomo ben vestito, che la guarda come ha sempre fatto.
Come ha sempre fatto. Lo nota solo ora. E questo fa sfumare un po' il sorriso, mentre abbassa gli occhi e si rifugia nel bicchiere.
Non gli è sfuggito, la conosce troppo bene. La osserva, poi - Helen. Scusami se ti ho cercata.
Forse non avrei dovuto. Ma per me era troppo importante.
Ho... qualcosa per te.
Lei increspa la fronte guardandolo.
No. Non ce l'ho qui con me. Ti ci porto appena abbiamo finito - le assicura col suo solito sorriso. Il resto della cena scorre via serenamente, anche se con qualche momento di silenzio di troppo.
È con la sua macchina sportiva che al termine della cena lasciano il ristorante per raggiungere il Porto. Parcheggia nei pressi della zona turistica e da lì si avviano a piedi, tra i piccoli negozi ed i locali. Le prende la mano, e inizia a condurla per i vicoli, lasciandosi alle spalle le luci e il viavai, fino a una palazzina anonima. Lei lo guarda corrucciata, non capisce, ma lui si porta l'indice alle labbra, chiedendole di fare silenzio. Estrae una chiave, apre una porta, e sono all'interno. Un vestibolo semplice, male illuminato, scale che salgono al primo piano, scale che scendono alla cantina, una fila di cassette della posta un po' malandate.
Phil ma... - prende a domandare piano, ma lui ancora una volta le fa segno di tacere. La sua mano si posa in un punto del muro, e un pannello scorrevole scompare nella parete, creando un varco.
Dopo di te.
Lo guarda sconcertata, ma lo attraversa. Si fida di lui ciecamente. Da sempre.
Sono entrambi dall'altra parte, quando il pannello si chiude e luci al neon si accendono su una scala che conduce al sottosuolo. Percorrono insieme la scala, una struttura in metallo e led decisamente diversa dal contesto esterno, fino a una porta blindata in metallo, priva di maniglie o serrature, affiancata da un dispositivo per la scansione della retina. Phil si fa avanti, il dispositivo lo riconosce, la porta si apre.
Salve Philip - una voce risuona nel silenzio, facendo trasalire Helen, ma ci mette meno di un attimo, mentre le luci si accendono, a capire che si tratta di una IA.
Salve Jade. Questa è Helen. Helen Jenkins.
Salve Helen - la stessa voce femminile e chiaramente sintetica.
L'interno è spazioso, fin troppo. Un tavolo rotondo, circondato da sei sedie, un angolo cottura del tutto accessoriato. Da questo ambiente si accede a un corridoio a vista, separato dalla sala centrale per mezzo di una paratia bassa e una parete in vetro temperato antiproiettile, che circonda interamente la sala. Helen segue l'uomo stordita.
Mi spieghi dove siamo, Phil?
A lato del corridoio si aprono diverse porte scorrevoli. Un magazzino/dispensa completamente rifornito, una piccola camera accessoriata di due cuccette, armadio, scrivania, bagno, altra camera simile, un'infermeria, altro bagno, una sala relax con attrezzi da palestra e vasca idromassaggio. Infine un'ultima stanza, anche questa protetta dallo scan retinico. Philip si ferma, fronteggiandola.
Helen... Io... Volevo dirti che ho saputo.
Cosa hai saputo?
La tua... registrazione.
Increspa la fronte un istante, poi capisce, ma con grande sorpresa dell'uomo incurva un sorriso.
Sei uno stalker.
Lui ride, forse più di sollievo che altro, le cinge i fianchi e l'attira a sé. Lei non riesce a evitarlo, non mentre guarda nei suoi occhi. E neppure riesce a evitare quel bacio, o forse non vuole. Forse è Phil il primo a tirarsi indietro, forse lei, o forse lo fanno entrambi, contemporaneamente. E probabilmente per lo stesso motivo, evidente negli occhi dell'uno con una sfumatura colpevole, negli occhi dell'altra come un'ombra di dispiacere, la consueta vaga chiusura.
Perché mi hai portata qui, Phil?
Lui non risponde subito. Lascia che il dispositivo gli scansioni la retina, si sente lo sblocco della porta metallica, ma questa non si apre.
Apri la porta, Jade.
La porta scorre lasciandoli entrare, e nel varcare la soglia le luci al neon si accendono. Una luce prevalentemente bluastra, per non affaticare gli occhi. La stanza non è molto grande. C'è una scrivania ampia e una console.
Questa dà accesso manuale al sistema Jade e a tutti i controlli del rifugio - le spiega, sfiora poi alcuni comandi manuali, facendo apparire diversi schermi - E quelli sono i monitor delle videocamere poste all'esterno, nel corridoio e vicino alle tre uscite. Mentre su quello schermo grande Jade può trasmettere dalle varie videocamere open che si trovano in giro per la città. - Ma l'attenzione di Helen è completamente concentrata su una tuta nera appesa in una teca illuminata, in fondo alla stanza. Interroga l'altro con lo sguardo, e lui la invita ad avvicinarsi.
Te l'ho detto. Ho saputo della tua registrazione. Tu lo sai qual'è il mio pensiero, lo hai sempre saputo - lo ascolta in silenzio, la mente alle interminabili discussioni sul come e il perché secondo lui i mutanti erano un bene per l'umanità e su come fosse convinto che ognuno di loro avrebbe dovuto impegnarsi per la difesa delle città e di come lui lo avrebbe fatto, se avesse avuto un qualsiasi potere. Il fatto che lo facesse già, e che fosse un mutante, lo aveva saputo solo diverso tempo dopo, quando aveva deciso di dirglielo, subito prima di chiederle di sposarlo...
Solo la sua voce interrompe il flusso dei suoi pensieri.
Helen? Mi stai ascoltando?
Come? Sì. Sì certo ti ascolto.
Quindi? Hai capito? Perfettamente integrata. È in grado di percepire la variazione cellulare e adeguarsi, prendendo le caratteristiche della tua pelle e di fatto divenendone parte.
Lei lo guarda sconcertata.
Indispensabile, perché il tuo potere di rifrazione, e anche la superficie abrasiva di cui puoi disporre sarebbero notevolmente ridotte da qualsiasi altro tipo di abbigliamento. Inoltre...
Potere di rifrazione? Ma di che accidenti stai parlando?
Non capisce, non riesce a stargli dietro, è tutto troppo veloce.
Helen... Ma davvero non hai idea di quello che puoi fare? - la guarda stupito - Non ti sei documentata nemmeno un poco?
Lei scuote appena la testa, tornando a guardare la tuta, e la maschera appesa lì accanto.
Indossale Helen - la invita - Ti prego.
Lei ancora non si muove, continua a fissarlo.
Helen. So che hai il chip disattivato, per il virus.
Perfetto, sai anche questo... - inizia a spazientirsi, ma si limita a storcere le labbra, scuotendo la testa.
Indossale. Almeno una volta. Ora. Devo farti vedere come funziona, e quello che puoi fare davvero.
Lei lascia andare un sospiro e si arrende. Raramente è riuscita a negargli qualcosa. Forse solo l'unica che lui volesse davvero: diventare sua moglie.
Prende la tuta e gli stivaletti annessi e va a cambiarsi, rientrando poco dopo.
Helen... sei...
Lei storce le labbra, dietro la maschera di tessuto e cristalli che le ricopre interamente il volto.
Mi sento ridicola.
Ridicola? Sei uno spettacolo. Ma aspetta di vederla in funzione...
Un sospiro rassegnato - Che devo fare?
Attiva la mutazione.
Adesso? Qui?
No, se vuoi andiamo in JFK Plaza. O in Boathouse Row, dove preferisci?
Riesce a farla sorridere, anche in queste circostanze, ma lui non può saperlo. Guarda ai suoi occhi, china il viso. Non lo ha mai fatto davanti a qualcun altro, e non è affatto facile per lei, ma alla fine evita di guardarlo e come sempre si concentra solo sulla sua mano destra. Rapidamente la pelle cambia di spessore e consistenza, trasformandosi nella corazza inscalfibile che ormai inizia ad accettare come parte di sé. Appena inizia la mutazione, la tuta ha una mutazione analoga e cambia struttura cellulare, andandosi a fondere in tutto e per tutto con l'altra superficie adamantina.
Lo sguardo di Phil è affascinato e fiero.
Eccezionale... Aspetta! - si affretta poi a dirle - Ora. Cerca di concentrarti. I diamanti che ti ricoprono puoi controllarli. Puoi renderli più spessi, più taglienti, ma anche più rifrangenti, molto più rifrangenti. Ma non durerà molto, quindi controlla i tempi - intanto estrae dalla tasca un paio di occhiali da eclissi, che va a infilarsi, facendole scuotere la testa - Forza. Provaci.
Helen in un primo momento rimane interdetta, poi sospira e cerca di concentrare l'attenzione sulla superficie della propria pelle, fusa con la tuta che la ricopre. Inizia a sentirla, ad avvertirne le caratteristiche, sente crescere una strana euforia, la sensazione di poter assorbire la luce e rigettarla indietro, ed è un istante: un lampo di luce accecante si riflette dal suo corpo, illuminando per un attimo a giorno tutta la sala.
Grandioso! Ci sei riuscita al primo colpo Helen!
L'entusiasmo di Phil è pari forse soltanto alla confusione della ragazza. Si guarda le mani, le braccia, il corpo. Non riesce a credere a quello che ha appena fatto.
Phil io... - ma non dice altro, solo lascia la stanza, tornando poco dopo con la tuta ripiegata sul braccio. Gliela restituisce.
Lui la guarda in viso.
Helen... Tutto questo... So come sembra, ma ti prego. Io voglio solo che tu prenda in considerazione questa cosa. E voglio che tu abbia qualcosa di mio. Qualcosa che un giorno potrebbe fare la differenza. Non deve essere domani. Né tra una settimana. Potrebbe essere mai. Anche se spero che non deciderai di gettare via la possibilità di fare la tua parte.
Forse tu credi che il tuo potere sia utile solo per proteggere te, ma non è così. Potresti proteggere molte persone. Potresti fare la differenza Helen. Fare qualcosa per rendere migliore questa città. Ti chiedo solo di pensarci. Ti prego.
Non può negarglielo. Annuisce, ma quasi non riesce più a guardarlo in viso, almeno fino a quando non lo fa per dirgli - Okay. Ora andiamo, per favore.
Non era la risposta che Phil sperava, ma acconsente, riuscendo solo a convincerla, prima di andare, a farsi scansionare la retina per aggiungere i suoi dati biometrici ai controlli.
Potrai cancellare i miei quando e se deciderai che tutto questo sia tuo.
Aziona il comando e la porta si apre.
Arrivederci Phil, arrivederci Helen - le luci si spengono alle loro spalle.
Arrivederci Jade.
Ciao Jade.
Ed è ancora con questo tumulto nella testa che, dopo aver salutato Phil sotto casa sua, Helen si trova tra le mani l'ennesima lettera anonima, un numero di cellulare, e una lunga nottata insonne da superare.
sabato, maggio 12
Digging deep
È un po' che guardo questo cursore lampeggiante. Mi chiede di scrivere, e io voglio scrivere. Ma è più difficile di quanto pensassi.
Troppo difficile.
Le cose che vorrei scrivere sono in profondità, molto in profondità, e tirarle fuori fa male.
Eppure è quello che voglio fare. Tirarle fuori, sporcarmi le mani, guardarle in faccia una volta per tutte.
Sentire la voce di Phil ieri è stato come ritrovarmi catapultata indietro di sei anni. Ritrovarmi innamorata di un uomo stupendo, il cui unico errore è stato amarmi, e dirmi tutta la verità, in un momento in cui non ero pronta ad accettare le mie, di verità, figuriamoci quelle degli altri.
E poi girare per la città, in questi due giorni, con l'attenzione al massimo, e invece di documentare moti, disordini e violenze, come mi aspettavo, cogliere gli istanti. Un oggetto sospeso a mezz'aria, una fiammella tra le mani vuote di un ragazzo, una corsa folle nella notte, per prendere un autobus in partenza, gli occhi sorridenti di chi si sente libero, due splendidi angeli che solcano il cielo. Veloci, troppo veloci, perché ora sono liberi di farlo, ma non autorizzati. Non ancora.
Lo saranno mai? Non lo so.
Ho passato la vita intera a temerli, e a disprezzarli. A disprezzare tutto quello che rendeva gli uomini "diversi". A detestare mia sorella per quello che era, prima, e per quello che aveva deciso di essere poi. A disprezzare me stessa. A provare ribrezzo per quello che mi teneva al margine, separata da ciò che era "normale" e che volevo essere.
Solo ora inizio a capire. Solo ora riesco a guardarmi in faccia senza vergogna, a sentire questa "cosa" come parte di me davvero. Inizio a sentirmi... completa.
Ed è una cosa che ancora mi spaventa. Perché se prima mi sentivo parte della parte più visibile del mondo, quella che detiene il potere e che impone le regole, non fosse per una "malformazione" gestibile, ora inizio invece a sentirmi parte della minoranza, quella difficile, che vorrebbe vivere senza dover nascondere o limitare nulla di ciò che è per nascita. E mi sento più vicina, troppo vicina, a chi si sta impegnando per un cambiamento.
E non so che fare. Sempre che si possa fare qualcosa...
Aaron dice di crederci. Dice che tutto questo avrà fine un giorno, che bisogna combattere "dall'interno", adeguandosi alle leggi attuali.
Io non lo so. Non so cosa sia giusto. So che se non avessi visto, se non avessi provato... Avrei continuato a vivere nella convinzione che tutto questo fosse pericoloso e sbagliato. Mentre ora...
Se sia possibile davvero un cambiamento io non lo so. Non riesco a crederci. L'Orbo parla di un sogno. E io non so sognare, ancora. Solo... Solo che inizio a desiderarlo davvero.
Troppo difficile.
Le cose che vorrei scrivere sono in profondità, molto in profondità, e tirarle fuori fa male.
Eppure è quello che voglio fare. Tirarle fuori, sporcarmi le mani, guardarle in faccia una volta per tutte.
Sentire la voce di Phil ieri è stato come ritrovarmi catapultata indietro di sei anni. Ritrovarmi innamorata di un uomo stupendo, il cui unico errore è stato amarmi, e dirmi tutta la verità, in un momento in cui non ero pronta ad accettare le mie, di verità, figuriamoci quelle degli altri.
E poi girare per la città, in questi due giorni, con l'attenzione al massimo, e invece di documentare moti, disordini e violenze, come mi aspettavo, cogliere gli istanti. Un oggetto sospeso a mezz'aria, una fiammella tra le mani vuote di un ragazzo, una corsa folle nella notte, per prendere un autobus in partenza, gli occhi sorridenti di chi si sente libero, due splendidi angeli che solcano il cielo. Veloci, troppo veloci, perché ora sono liberi di farlo, ma non autorizzati. Non ancora.
Lo saranno mai? Non lo so.
Ho passato la vita intera a temerli, e a disprezzarli. A disprezzare tutto quello che rendeva gli uomini "diversi". A detestare mia sorella per quello che era, prima, e per quello che aveva deciso di essere poi. A disprezzare me stessa. A provare ribrezzo per quello che mi teneva al margine, separata da ciò che era "normale" e che volevo essere.
Solo ora inizio a capire. Solo ora riesco a guardarmi in faccia senza vergogna, a sentire questa "cosa" come parte di me davvero. Inizio a sentirmi... completa.
Ed è una cosa che ancora mi spaventa. Perché se prima mi sentivo parte della parte più visibile del mondo, quella che detiene il potere e che impone le regole, non fosse per una "malformazione" gestibile, ora inizio invece a sentirmi parte della minoranza, quella difficile, che vorrebbe vivere senza dover nascondere o limitare nulla di ciò che è per nascita. E mi sento più vicina, troppo vicina, a chi si sta impegnando per un cambiamento.
E non so che fare. Sempre che si possa fare qualcosa...
Aaron dice di crederci. Dice che tutto questo avrà fine un giorno, che bisogna combattere "dall'interno", adeguandosi alle leggi attuali.
Io non lo so. Non so cosa sia giusto. So che se non avessi visto, se non avessi provato... Avrei continuato a vivere nella convinzione che tutto questo fosse pericoloso e sbagliato. Mentre ora...
Se sia possibile davvero un cambiamento io non lo so. Non riesco a crederci. L'Orbo parla di un sogno. E io non so sognare, ancora. Solo... Solo che inizio a desiderarlo davvero.
giovedì, maggio 10
A virus named Freedom
È finalmente riuscita a scegliere qualcosa da indossare il giorno dopo, quando siede alla scrivania per dare un'occhiata alle notizie di agenzia e a un paio di social prima di andare a dormire.
E la notizia è lì che rimbalza un po' ovunque.
Gli occhi restano sgranati a lungo sullo schermo. Afferra a tentoni il cellulare dalla scrivania e digita un messaggio. A giro le arriva una risposta che la fa deglutire.
Non sa se fidarsi. Non sa se ci può essere qualche errore, o se il virus può essere debellato a breve, tuttavia...
Distende la mano destra e, lentamente la vede cambiare colore, consistenza. Una sensazione che le fa chiudere gli occhi. Reclina e torce indietro il collo, con l'impressione, che da giorni ogni tanto la assale, di sentire i naniti strisciare come vermi dentro di lei. Intanto la mutazione procede, inspessendosi e rivestendola completamente. Torna alla stanza, e si guarda allo specchio. Quel viso, il suo viso. Non la infastidisce più guardarlo. Di nuovo guarda la mano destra, distende le dita, chiude il pugno, lo stringe più forte e sente qualcosa montare dentro. Una sorta di rabbia sorda e indomabile che le scivola sottopelle, quasi tangibile, lungo il braccio, fino al pugno chiuso. E nell'osservare quel pugno le nocche si deformano sotto il suo sguardo. Un'escrescenza si va formando a dare forma alla sua rabbia, i cristalli si affastellano rapidamente uno sull'altro a formare quella che ha tutto l'aspetto di una lama. La rabbia non si è sopita, affatto, si è solo materializzata in quell'escrescenza solida e affilata che completa il suo pugno destro. Pugno che ora sferra contro lo schienale di una poltroncina, trapassandola da parte a parte. Rimane ansante, gli occhi rilucenti quanto i diamanti neri che la ricoprono completamente. Deglutisce e respira a fondo, lasciando che quella lama si ritiri lentamente, mentre la pelle pian piano riprende la consistenza di sempre.
Resta immobile, stordita, per qualche istante. Serra le labbra, poi rapida torna nell'altra stanza a verificare. Nessun messaggio, né sul cellulare, né altrove. Forse dopotutto nessuno verrà a cercarla per uso improprio dei poteri, questa notte.
Di dormire non se ne parla. Stasera si lavora! Si cambia, prende la borsa ed esce, intenzionata a documentare dovunque sia possibile il risultato di quella "bomba" informatica caduta su Philadelphia.
E la notizia è lì che rimbalza un po' ovunque.
Il Virus prevede un effetto collaterale senza precedenti per i superumani di alcune zone delle maggiori città d'America, un effetto che molti di loro non provavano da molti anni.
Almeno metà dei superumani di quelle zone potranno essere liberi di essere loro stessi senza avere paura di essere segnalati da un Chip o da qualcuno che decide per loro quando, dove e come devono utilizzare la loro libertà. I loro chip non funzioneranno più.
Gli occhi restano sgranati a lungo sullo schermo. Afferra a tentoni il cellulare dalla scrivania e digita un messaggio. A giro le arriva una risposta che la fa deglutire.
Non sa se fidarsi. Non sa se ci può essere qualche errore, o se il virus può essere debellato a breve, tuttavia...
Distende la mano destra e, lentamente la vede cambiare colore, consistenza. Una sensazione che le fa chiudere gli occhi. Reclina e torce indietro il collo, con l'impressione, che da giorni ogni tanto la assale, di sentire i naniti strisciare come vermi dentro di lei. Intanto la mutazione procede, inspessendosi e rivestendola completamente. Torna alla stanza, e si guarda allo specchio. Quel viso, il suo viso. Non la infastidisce più guardarlo. Di nuovo guarda la mano destra, distende le dita, chiude il pugno, lo stringe più forte e sente qualcosa montare dentro. Una sorta di rabbia sorda e indomabile che le scivola sottopelle, quasi tangibile, lungo il braccio, fino al pugno chiuso. E nell'osservare quel pugno le nocche si deformano sotto il suo sguardo. Un'escrescenza si va formando a dare forma alla sua rabbia, i cristalli si affastellano rapidamente uno sull'altro a formare quella che ha tutto l'aspetto di una lama. La rabbia non si è sopita, affatto, si è solo materializzata in quell'escrescenza solida e affilata che completa il suo pugno destro. Pugno che ora sferra contro lo schienale di una poltroncina, trapassandola da parte a parte. Rimane ansante, gli occhi rilucenti quanto i diamanti neri che la ricoprono completamente. Deglutisce e respira a fondo, lasciando che quella lama si ritiri lentamente, mentre la pelle pian piano riprende la consistenza di sempre.
Resta immobile, stordita, per qualche istante. Serra le labbra, poi rapida torna nell'altra stanza a verificare. Nessun messaggio, né sul cellulare, né altrove. Forse dopotutto nessuno verrà a cercarla per uso improprio dei poteri, questa notte.
Di dormire non se ne parla. Stasera si lavora! Si cambia, prende la borsa ed esce, intenzionata a documentare dovunque sia possibile il risultato di quella "bomba" informatica caduta su Philadelphia.
lunedì, maggio 7
lunedì, aprile 30
Conscience is a heavy burden
Conscience and cowardice are really the same things, Basil. Conscience is the trade-name of the firm. That is all.
― Oscar Wilde, The Picture of Dorian Gray
È immersa nella vasca da bagno, la testa posata all'indietro contro il bordo, gli occhi chiusi, la schiuma soffice le sfiora il collo. Eppure la mente non è rilassata affatto.
Ti stai rammollendo, Helen. Ma che accidenti ti salta in testa? Un vichingo come quello ti vuole e tu cosa fai? Lo rifiuti per... etica professionale?! Etica personale? O forse è solo la tua fottuta paura per i bravi ragazzi e le storie potenzialmente serie? Magari gli andava benissimo una sola notte. O magari non gli andava bene, lo scaricavi e chiuso il discorso. Non lo hai già fatto praticamente ogni singola volta? E allora? Cosa c'è di diverso ora? C'è che non ne sei più capace. Inizi a diventare come tua sorella, sempre a preoccuparsi dei sentimenti delle altre persone? "Non se lo merita" - e qui ci aggiunge anche qualche smorfia, in silenzio, quasi a rifare il verso a sé stessa - Sei un'idiota. Ricordati che difficilmente la vita ti restituirà il favore, quando sarai tu sull'altro piatto della bilancia.
Gli occhi vanno fuori dalla finestra, al cielo viola che sovrasta l'intera zona di Fairmount Park.
Quel cielo viola... Non promette niente di buono. Niente di niente. Domani sarà meglio fare un giro al Parco, a vedere che accidenti è successo.
sabato, marzo 24
Heartwith
Come sto?
Non lo so come sto.
Mi sento come se stessi tentando di riparare una diga crepata. Lì, davanti a quel muro che da un momento all'altro potrebbe cedere, trascinandomi via.
Non ho ancora richiamato la mamma. Non ne ho il coraggio.
Ogni volta che prendo il telefono per chiamarla sento che non posso farcela.
Mi sento scoperta. Vulnerabile. Troppo.
Cerco di tornare quella che ero prima, capace di tenere tutto sotto controllo, di gestire tutto, soprattutto le emozioni scomode.
E invece non ci riesco.
E non riesco nemmeno a richiamare la crosta. Quella scorza di diamante che mi ha salvato la vita. Quella cosa che non ho mai sentito parte di me, ma mi ha sempre fatto sentire più sicura, più protetta.
Stavolta mi ha protetto davvero.
E ora so che non vorrei rinunciarci.
Ma ancora non riesco a pensare che sia parte di me. Più ripenso a quei momenti e più mi rendo conto di sentirmi più simile a chi mi gridava dietro "mostro" che a me stessa...
Forse perché un mostro, per un po', dopo, lo sono stata. E mi piaceva esserlo.
Un automa senza rimorsi, senza emozioni, senza debolezze.
E ora che tutto questo è tornato, amplificato, io non so più. Non so cosa sono, né cosa voglio essere.
E ho paura.
Paura di come mi sono sentita mentre combattevo quelle creature. Paura dell'indifferenza che ho provato nei confronti di chi mi moriva intorno, anche prima che il cuore mi fosse strappato dal petto. Paura di come mi sento ora. Paura di non riuscire più a richiudere quella maledetta falla, di non tornare mai più come ero prima. Paura di risentire mia madre. Paura di incontrare mia sorella. Paura di non rivederla.
E paura di quei fottuti controlli.
Non lo so come sto.
Mi sento come se stessi tentando di riparare una diga crepata. Lì, davanti a quel muro che da un momento all'altro potrebbe cedere, trascinandomi via.
Non ho ancora richiamato la mamma. Non ne ho il coraggio.
Ogni volta che prendo il telefono per chiamarla sento che non posso farcela.
Mi sento scoperta. Vulnerabile. Troppo.
Cerco di tornare quella che ero prima, capace di tenere tutto sotto controllo, di gestire tutto, soprattutto le emozioni scomode.
E invece non ci riesco.
E non riesco nemmeno a richiamare la crosta. Quella scorza di diamante che mi ha salvato la vita. Quella cosa che non ho mai sentito parte di me, ma mi ha sempre fatto sentire più sicura, più protetta.
Stavolta mi ha protetto davvero.
E ora so che non vorrei rinunciarci.
Ma ancora non riesco a pensare che sia parte di me. Più ripenso a quei momenti e più mi rendo conto di sentirmi più simile a chi mi gridava dietro "mostro" che a me stessa...
Forse perché un mostro, per un po', dopo, lo sono stata. E mi piaceva esserlo.
Un automa senza rimorsi, senza emozioni, senza debolezze.
E ora che tutto questo è tornato, amplificato, io non so più. Non so cosa sono, né cosa voglio essere.
E ho paura.
Paura di come mi sono sentita mentre combattevo quelle creature. Paura dell'indifferenza che ho provato nei confronti di chi mi moriva intorno, anche prima che il cuore mi fosse strappato dal petto. Paura di come mi sento ora. Paura di non riuscire più a richiudere quella maledetta falla, di non tornare mai più come ero prima. Paura di risentire mia madre. Paura di incontrare mia sorella. Paura di non rivederla.
E paura di quei fottuti controlli.
mercoledì, marzo 21
Heartless #2
È così strano...
Vedere le cose succedere, e non provare assolutamente nulla.
Papà è morto. Dunque forse era proprio lui, ieri.
So che avrei dovuto dire altro alla mamma, consolarla, probabilmente. O magari piangere con lei. Ma non ne sento la necessità. Forse avrei dovuto fingere... Ma non credo che sarei stata convincente.
E poi in realtà non me ne importa molto.
So che me ne importerà. E probabilmente questo dovrebbe spaventarmi.
Ma evidentemente la paura è un'emozione come le altre, perché non mi spaventa.
Preoccupazione. Questa è un'altra cosa che avrei dovuto provare. Andre, Reed. Le uniche due persone che conosco in tutta la città. Erano lì, lo sapevo. Ma non ho sentito la necessità di sapere dove fossero, se stessero bene.
E poi l'orrore. Ho visto persone uccidersi a vicenda, uccidere bambini, pawns squartare gente per sottrargli il cuore. Le immagini le ho ancora negli occhi. Ma non provo assolutamente niente.
È innaturale.
Eppure forse è molto meglio.
Vedere le cose succedere, e non provare assolutamente nulla.
Papà è morto. Dunque forse era proprio lui, ieri.
So che avrei dovuto dire altro alla mamma, consolarla, probabilmente. O magari piangere con lei. Ma non ne sento la necessità. Forse avrei dovuto fingere... Ma non credo che sarei stata convincente.
E poi in realtà non me ne importa molto.
So che me ne importerà. E probabilmente questo dovrebbe spaventarmi.
Ma evidentemente la paura è un'emozione come le altre, perché non mi spaventa.
Preoccupazione. Questa è un'altra cosa che avrei dovuto provare. Andre, Reed. Le uniche due persone che conosco in tutta la città. Erano lì, lo sapevo. Ma non ho sentito la necessità di sapere dove fossero, se stessero bene.
E poi l'orrore. Ho visto persone uccidersi a vicenda, uccidere bambini, pawns squartare gente per sottrargli il cuore. Le immagini le ho ancora negli occhi. Ma non provo assolutamente niente.
È innaturale.
Eppure forse è molto meglio.
Heartless
È stanca, impolverata, ha la maglia strappata sul davanti e cinque o sei cuori tra le mani. Ha percorso in questo stato tutto il tragitto, prima a piedi dalla Desert ai confini della North, poi fino a raggiungere un posto in cui prendere un autobus che la riportasse a casa, totalmente incurante degli sguardi che aveva addosso. È riuscita in qualche modo ad aprire la porta senza farsi cadere nessun cuore dalle mani, ha salito le scale, e ora li scarica tutti lì, sul tavolo da pranzo, insieme a quelli che ha nelle tasche e nella borsa. Solo il suo prende e porta in camera sua. Lo mette su una mensola alta, giusto per evitare che vada a giocarci il gatto.
Ricorda ogni particolare della serata, compreso suo padre che le sorrideva, che la chiamava, ma non prova alcuna emozione.
Solleva il cellulare per scrivere a Reed, e solo ora nota diverse chiamate perse, dal numero di sua madre.
Increspa la fronte, guarda l'ora, spegne il display del cellulare, che immediatamente suona. Una chiamata in arrivo. Sua madre, ancora.
- Helen?
- Sì mamma, ciao.
- Helen ma... è tutta la sera che ti cerco... io...
La voce di sua madre è turbata, si incrina, cosa del tutto inusuale per lei.
- Ero fuori mamma. Dimmi.
- ...
- ...
- Oggi. Stasera...
Sembra che ora stia piangendo. Helen rimane impassibile, così come il tono della sua voce.
- Dimmi.
- Papà. Ha avuto un collasso, verso le nove questa sera. Hanno fatto tutto il possibile ma...
Sì, sono singhiozzi quelli che sente dall'altra parte.
- Ah. Capisco...
I singhiozzi cessano, e pare che lo stupore prenda il sopravvento sul dolore.
- ... Helen?
- Sì mamma, ho capito. Papà è morto.
- ...
- ...
- ...
- Mamma devi dirmi altro? Scusa ma sono stanchissima, devo farmi un bagno e andare immediatamente a dormire.
- ...
Di nuovo si sentono singhiozzi, stavolta un pianto sommesso, trattenuto.
-Dai mamma, devo andare.
Chiude la comunicazione. Storce poi una smorfia, ma si avvia verso la stanza da bagno, a far scorrere l'acqua calda.
Ricorda ogni particolare della serata, compreso suo padre che le sorrideva, che la chiamava, ma non prova alcuna emozione.
Solleva il cellulare per scrivere a Reed, e solo ora nota diverse chiamate perse, dal numero di sua madre.
Increspa la fronte, guarda l'ora, spegne il display del cellulare, che immediatamente suona. Una chiamata in arrivo. Sua madre, ancora.
- Helen?
- Sì mamma, ciao.
- Helen ma... è tutta la sera che ti cerco... io...
La voce di sua madre è turbata, si incrina, cosa del tutto inusuale per lei.
- Ero fuori mamma. Dimmi.
- ...
- ...
- Oggi. Stasera...
Sembra che ora stia piangendo. Helen rimane impassibile, così come il tono della sua voce.
- Dimmi.
- Papà. Ha avuto un collasso, verso le nove questa sera. Hanno fatto tutto il possibile ma...
Sì, sono singhiozzi quelli che sente dall'altra parte.
- Ah. Capisco...
I singhiozzi cessano, e pare che lo stupore prenda il sopravvento sul dolore.
- ... Helen?
- Sì mamma, ho capito. Papà è morto.
- ...
- ...
- ...
- Mamma devi dirmi altro? Scusa ma sono stanchissima, devo farmi un bagno e andare immediatamente a dormire.
- ...
Di nuovo si sentono singhiozzi, stavolta un pianto sommesso, trattenuto.
-Dai mamma, devo andare.
Chiude la comunicazione. Storce poi una smorfia, ma si avvia verso la stanza da bagno, a far scorrere l'acqua calda.
lunedì, marzo 19
Life belts #2
Benissimo. A quanto pare quello stronzo di Maximilian Lee non è poi l'idealista che mi ero immaginata. E questo in parte lo rivaluta, a dir la verità.
Fatto sta che ora so per certo che Leen non è un mio problema.
Io ci ho provato, un tentativo l'ho fatto.
Lee dice che deve pensarci da sola, e allora okay, che ci pensi da sola, e che sia ben chiaro all'Universo, io non c'entro.
Quello che non ho capito, in tutto questo, è se per una come lei la loro porta resterebbe chiusa.
Ma del resto, abbiamo detto che non sono fatti miei, giusto?
Giusto.
Fatto sta che ora so per certo che Leen non è un mio problema.
Io ci ho provato, un tentativo l'ho fatto.
Lee dice che deve pensarci da sola, e allora okay, che ci pensi da sola, e che sia ben chiaro all'Universo, io non c'entro.
Quello che non ho capito, in tutto questo, è se per una come lei la loro porta resterebbe chiusa.
Ma del resto, abbiamo detto che non sono fatti miei, giusto?
Giusto.
venerdì, marzo 16
Life belts
Ci risiamo.
Basta una ragazzina a cui l'erba ha messo le lacrime in tasca e sono di nuovo qui a sentirmi una merda.
Come se fosse colpa mia se si è ritrovata a spacciare, se è finita in un ingranaggio da cui non riesce a uscire.
L'ho forse partorita io in qualche casermone ammuffito di Philadelphia? Le ho messo io in mano il primo spinello?
Voleva aiuto? Beh, io non posso darglielo.
Aiuto. Tutti hanno bisogno di aiuto, e la sai la novità? Nessuno ti aiuta. Devi cavartela da solo.
Come se poi fosse facile. Aiutare una ragazzina senza arte né parte, pure ricercata come superumana non registrata... E a buon bisogno mettendosi contro qualche bella famiglia mafiosa o qualche dannata organizzazione criminale.
Fossero poi pochi, i ragazzini in quelle condizioni, in questa città.
Impara a nuotare, Leen, non ce l'ho un salvagente da lanciarti.
Basta una ragazzina a cui l'erba ha messo le lacrime in tasca e sono di nuovo qui a sentirmi una merda.
Come se fosse colpa mia se si è ritrovata a spacciare, se è finita in un ingranaggio da cui non riesce a uscire.
L'ho forse partorita io in qualche casermone ammuffito di Philadelphia? Le ho messo io in mano il primo spinello?
Voleva aiuto? Beh, io non posso darglielo.
Aiuto. Tutti hanno bisogno di aiuto, e la sai la novità? Nessuno ti aiuta. Devi cavartela da solo.
Come se poi fosse facile. Aiutare una ragazzina senza arte né parte, pure ricercata come superumana non registrata... E a buon bisogno mettendosi contro qualche bella famiglia mafiosa o qualche dannata organizzazione criminale.
Fossero poi pochi, i ragazzini in quelle condizioni, in questa città.
Impara a nuotare, Leen, non ce l'ho un salvagente da lanciarti.
I'm always fine
Un'altra serata gelida.
Appena rientrata a casa sale le scale di corsa, neppure si sfila la giacca, apre il laptop e si siede alla scrivania.
Le dita corrono rapide sui tasti. Rilegge, corregge, inserisce qualche a capo, cambia qualche parola. Rilegge un'ultima volta. Invia.
E qualcosa si spezza.
Per la prima volta dopo tanto, troppo tempo, gli occhi si riempiono di lacrime.
Dura solo un istante, il tempo che una o due rotolino dalle ciglia, poi il cellulare segnala un messaggio.
Legge, risponde.
Io sto bene.
Io sto sempre bene.
Appena rientrata a casa sale le scale di corsa, neppure si sfila la giacca, apre il laptop e si siede alla scrivania.
Le dita corrono rapide sui tasti. Rilegge, corregge, inserisce qualche a capo, cambia qualche parola. Rilegge un'ultima volta. Invia.
E qualcosa si spezza.
Per la prima volta dopo tanto, troppo tempo, gli occhi si riempiono di lacrime.
Dura solo un istante, il tempo che una o due rotolino dalle ciglia, poi il cellulare segnala un messaggio.
Legge, risponde.
Io sto bene.
Io sto sempre bene.
mercoledì, marzo 14
Good morning sunshine
Mattina, piuttosto presto. Il sole inonda di luce la sala su cui si affaccia la penisola che la divide dalla piccola cucina, dove Helen è seduta davanti a un bicchierone di caffè fumante, ormai mezzo vuoto. Tabby le gironzola intorno. Isa non c'è, come del resto è praticamente la norma.
Sorseggia il caffè ripensando alla sera precedente, di cui conserva un discreto mal di testa e sensazioni discordanti.
È stata una bella serata, in fondo. Almeno dopo il primo quarto della bottiglia.
Ripercorre con la memoria il gusto delizioso delle tagliatelle, quello pessimo del vino, i sorrisi e le risate disarmanti del suo commensale, i discorsi troppo seri, alleggeriti dall'alcol, mentre le dita ruotano il bicchiere ormai vuoto posato sul piano in legno.
Senza preavviso afferra il bicchiere e lo scaglia con rabbia alla base del muro, mandandolo in mille pezzi sul pavimento e facendo sobbalzare Tabby, che si rintana spaurito sotto uno dei mobili.
Serrando i denti si alza e con tutta calma si mette a ripulire.
Buongiorno, Philadelphia, ben svegliata.
Sorseggia il caffè ripensando alla sera precedente, di cui conserva un discreto mal di testa e sensazioni discordanti.
È stata una bella serata, in fondo. Almeno dopo il primo quarto della bottiglia.
Ripercorre con la memoria il gusto delizioso delle tagliatelle, quello pessimo del vino, i sorrisi e le risate disarmanti del suo commensale, i discorsi troppo seri, alleggeriti dall'alcol, mentre le dita ruotano il bicchiere ormai vuoto posato sul piano in legno.
Senza preavviso afferra il bicchiere e lo scaglia con rabbia alla base del muro, mandandolo in mille pezzi sul pavimento e facendo sobbalzare Tabby, che si rintana spaurito sotto uno dei mobili.
Serrando i denti si alza e con tutta calma si mette a ripulire.
Buongiorno, Philadelphia, ben svegliata.
domenica, marzo 4
Puppies
È tarda notte quando rientra a casa. I capelli fradici di pioggia e gelati dal vento, stanca morta. Sfila gli anfibi all'ingresso e li porta in mano fino alla propria stanza, due piani più su. La casa è vuota, Isa non c'è. Nel salire richiama - Tabbyyyy! - e poi i classici versi che si fanno con i gatti.
Accende la luce nel salone, e subito nota la chiazza umida sul pavimento. Passerà la mezz'ora successiva a ripulire con acqua e ammoniaca ogni traccia che il gattino ha lasciato in casa. Infine lo trova, teso e un po' sperduto, sotto il letto nella propria stanza.
Hey, piccolino...
Dopo un po' di coccole e aver rabboccato con altro latte il piatto di plastica che gli aveva lasciato in precedenza, aver fatto una lunga doccia calda e preparato una tisana, passerà la serata con il gattino sonnecchiante in braccio, ad accarezzarlo distrattamente e a guardare senza vederlo lo schermo del PC, su cui scorrono le immagini di un film. La mente invece è su altre immagini. Lo stadio in tumulto, Sigrid in volo a cui viene strappato il cuore, gli occhi di Julia, Reed che piange a dirotto, gli occhi di Max, blu oltre le occhiaie scure, poi gli stessi occhi che diventano neri, un arco di luce, poi d'argento...
Si sveglia dopo qualche ora con il collo piegato, le spalle indolenzite, l'immagine statica delle locandine degli altri film del provider, il gatto ancora raggomitolato sulla pancia, ormai profondamente addormentato. Mal di gola. Sposta il gatto, che si lascia posare sul letto, restando acciambellato e tranquillo, chiude il portatile, si infila tra le coperte e dopo poco cade nuovamente in un sonno profondo, punteggiato di immagini assurde, ma probabilmente meno della realtà che la circonda.
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Il rapporto tra due sorelle è una cosa strana. È come una pellicola invisibile, che ti avvolge anche quando non te ne rendi conto. Ho passat...
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Si è svegliata di nuovo. Non sa se sia giorno oppure notte inoltrata, ha perso la cognizione del tempo, e il tessuto nero trapunto di crista...







