Rientra tardi, gli abiti stazzonati, umidi di pioggia, le scarpe e la borsa irrimediabilmente rovinati, il vetro del cellulare rotto, i capelli completamente spettinati. Getta scarpe e impermeabile dove capita, poi prende il cellulare, scorre la rubrica, seleziona un contatto, si siede sul divano e inizia a scrivere. Scrive per qualche riga, si ferma, rilegge, cestina il messaggio.
Riprende a scorrere la rubrica e guarda a lungo un contatto, prima di spegnere il display e lanciare il telefono sul divano, poi raccoglie le ginocchia tra le braccia, vi posa la fronte e inizia a piangere. Sola.
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sabato, settembre 29
domenica, settembre 2
Something Wrong
Non sto bene. Non so cosa mi stia succedendo.
Sono giorni che mi cola il naso, mi sento strana... e appena sbatto contro qualcosa mi vengono lividi impressionanti. Qualcosa non va.
Sono stata alla Limb Clinics come Black Diamond, per qualche accertamento. Ho la sensazione che c'entri quello che mi ha fatto Hayday. O almeno voglio poterlo escludere definitivamente.
E appena possibile sarà bene che vada dai Patriots per una sessione di allenamento. Da quella prima volta non ci sono più stata, e quel medico, Walker, mi ha messo il dubbio che la cosa possa evolversi in qualche modo. Devo ricontrollare tutte le mie capacità. Anche perché non posso restare inattiva ancora a lungo, sono ormai settimane che non esco per una ronda...
Sono giorni che mi cola il naso, mi sento strana... e appena sbatto contro qualcosa mi vengono lividi impressionanti. Qualcosa non va.
Sono stata alla Limb Clinics come Black Diamond, per qualche accertamento. Ho la sensazione che c'entri quello che mi ha fatto Hayday. O almeno voglio poterlo escludere definitivamente.
E appena possibile sarà bene che vada dai Patriots per una sessione di allenamento. Da quella prima volta non ci sono più stata, e quel medico, Walker, mi ha messo il dubbio che la cosa possa evolversi in qualche modo. Devo ricontrollare tutte le mie capacità. Anche perché non posso restare inattiva ancora a lungo, sono ormai settimane che non esco per una ronda...
giovedì, luglio 5
Independence Day
Il 4 luglio.
Ricordo i picnic al parco con tutta la famiglia, papà che ci portava a prendere il gelato, e le litigate con Hilde per essere portate in spalla, lei all'andata e io al ritorno. E poi più avanti, i pomeriggi e le serate con gli amici, il più lontano possibile da mia sorella, fingendo il più possibile di divertirmi e di essere dove volevo essere e come volevo essere. Ma forse lo ero anche...
E poi a Santa Monica, a ubriacarci in riva all'oceano dopo una giornata di bagni e sole, e i fuochi d'artificio sul Golden Gate.
Poi il 4 luglio del 2025, con i Vaasariani su Philadelphia, Hilde che vuole tornarci, io che di fatto decido di fregarmene, e vado a Monterey con Chuck.
4 luglio del 2026, Oklaoma City è ormai sotto il fuoco di Magnus, e noi siamo ad Ada, 90 miglia a sudest, a festeggiare con una barn dance quel 4 luglio senza fuochi d'artificio, perché non possiamo attirare la sua attenzione. Ma si beve, si mangia e si balla, perché la guerra non deve averla vinta, quel fottuto alieno non deve averla vinta, e perché è meglio non pensarci, finché si è al sicuro.
Me la ricordo, quella notte. Il potere si era spento da un po', da quando avevamo lasciato in fretta e furia la città, sotto i bombardamenti. Ricordo solo di essere svenuta, mi hanno presa e portata via di peso, e quando mi sono risvegliata, ormai ad Ada, non c'era più. E mi sono sentita libera. E vulnerabile, fin troppo. Ma libera.
E ora questo. Questo 4 luglio che doveva essere diverso. Doveva essere un vero 4 luglio, uno normale, con le mele caramellate, i palloncini blu, rossi e bianchi e i fuochi d'artificio. E invece no. Li ho sentiti dalla camera del PGH dove Elizabeth dormiva con le costole rotte. Mentre anche io sentivo il sonno arrivare, dopo aver combattuto con tutto quello che avevo in corpo, e dopo aver tremato nel sentire le sirene avvicinarsi. E dopo aver pianto per non poter scappare. Perché non potevo lasciarla lì, in quelle condizioni, dopo che ce l'avevo cacciata io in quel guaio.
E quando l'arrivo dei soccorsi lo vivi con la paura addosso, chiedendoti se ti porteranno via o ti lasceranno andare, dopo che hai combattuto per la tua vita e per quella degli altri, senza poterti chiedere né se e né per quale motivo... Beh, quando succede questo vuol dire che c'è qualcosa che non va.
Ma sto perdendo tempo. Lo so e l'ho sempre saputo. E lo sappiamo tutti, che c'è qualcosa che non va. Come sappiamo che non ci si può fare assolutamente niente.
Ricordo i picnic al parco con tutta la famiglia, papà che ci portava a prendere il gelato, e le litigate con Hilde per essere portate in spalla, lei all'andata e io al ritorno. E poi più avanti, i pomeriggi e le serate con gli amici, il più lontano possibile da mia sorella, fingendo il più possibile di divertirmi e di essere dove volevo essere e come volevo essere. Ma forse lo ero anche...
E poi a Santa Monica, a ubriacarci in riva all'oceano dopo una giornata di bagni e sole, e i fuochi d'artificio sul Golden Gate.
Poi il 4 luglio del 2025, con i Vaasariani su Philadelphia, Hilde che vuole tornarci, io che di fatto decido di fregarmene, e vado a Monterey con Chuck.
4 luglio del 2026, Oklaoma City è ormai sotto il fuoco di Magnus, e noi siamo ad Ada, 90 miglia a sudest, a festeggiare con una barn dance quel 4 luglio senza fuochi d'artificio, perché non possiamo attirare la sua attenzione. Ma si beve, si mangia e si balla, perché la guerra non deve averla vinta, quel fottuto alieno non deve averla vinta, e perché è meglio non pensarci, finché si è al sicuro.
Me la ricordo, quella notte. Il potere si era spento da un po', da quando avevamo lasciato in fretta e furia la città, sotto i bombardamenti. Ricordo solo di essere svenuta, mi hanno presa e portata via di peso, e quando mi sono risvegliata, ormai ad Ada, non c'era più. E mi sono sentita libera. E vulnerabile, fin troppo. Ma libera.
E ora questo. Questo 4 luglio che doveva essere diverso. Doveva essere un vero 4 luglio, uno normale, con le mele caramellate, i palloncini blu, rossi e bianchi e i fuochi d'artificio. E invece no. Li ho sentiti dalla camera del PGH dove Elizabeth dormiva con le costole rotte. Mentre anche io sentivo il sonno arrivare, dopo aver combattuto con tutto quello che avevo in corpo, e dopo aver tremato nel sentire le sirene avvicinarsi. E dopo aver pianto per non poter scappare. Perché non potevo lasciarla lì, in quelle condizioni, dopo che ce l'avevo cacciata io in quel guaio.
E quando l'arrivo dei soccorsi lo vivi con la paura addosso, chiedendoti se ti porteranno via o ti lasceranno andare, dopo che hai combattuto per la tua vita e per quella degli altri, senza poterti chiedere né se e né per quale motivo... Beh, quando succede questo vuol dire che c'è qualcosa che non va.
Ma sto perdendo tempo. Lo so e l'ho sempre saputo. E lo sappiamo tutti, che c'è qualcosa che non va. Come sappiamo che non ci si può fare assolutamente niente.
martedì, giugno 12
Failures
Quindi alla fine è stato tutto inutile.
Ho perso un amico, ho perso il sonno, ho perso giorni della mia vita.
No, quelli non li ho persi.
Probabilmente ha ragione. Ho vinto. Eppure non mi sento come dovrebbe sentirsi un vincitore.
Mi sento come qualcuno che per tutta la vita ha perso l'occasione di fare qualcosa per qualcun altro che non fosse sé stessa. E questo anche a scapito di chi le voleva bene.
Quanto all'amico... No, probabilmente non ho perso nemmeno quello. È più corretto dire che quello non l'ho mai avuto. Solo me ne sono finalmente resa conto. C'è una concreta differenza tra volere una persona e voler bene a una persona.
Forse non se ne è nemmeno reso conto, del male che mi ha fatto parlandomi in quel modo.
In compenso ho scoperto di averne altri, di amici. Uno dei quali mi incuriosisce, mentre l'altro mi spaventa.
L'amicizia da parte sua, quel tipo di amicizia, quella che è lì per te, e vuole esserci sempre, mi tenta come una fiamma tenta la falena. È calda, luminosa, ma insieme a tutto il resto rischia di diventare il fuoco su cui finirò per bruciarmi le ali.
Ma forse sarà sufficiente avvicinarmi senza ali, e con il mio involucro ben stabile al suo posto.
Devo pur esserne capace, no?
Di lei che ne sarà? Io non lo so. Ha fatto la sua scelta. Fa male ma è la sua vita. E forse davvero era ormai troppo invischiata nella tela del ragno, per poterne uscire.
Spero non si faccia ancora male, e che non ne faccia ad altri, soprattutto. Le ho detto che sarò lì per impedirlo.
Mi chiedo se lo farò davvero.
Ho perso un amico, ho perso il sonno, ho perso giorni della mia vita.
No, quelli non li ho persi.
Il successo non è quando riesci ad aiutare qualcuno. Il successo è quando riesci a spingere te stessa a provarci. Nel momento in cui ci provi, hai già vinto. Il resto è un bonus.
Probabilmente ha ragione. Ho vinto. Eppure non mi sento come dovrebbe sentirsi un vincitore.
Mi sento come qualcuno che per tutta la vita ha perso l'occasione di fare qualcosa per qualcun altro che non fosse sé stessa. E questo anche a scapito di chi le voleva bene.
Quanto all'amico... No, probabilmente non ho perso nemmeno quello. È più corretto dire che quello non l'ho mai avuto. Solo me ne sono finalmente resa conto. C'è una concreta differenza tra volere una persona e voler bene a una persona.
Forse non se ne è nemmeno reso conto, del male che mi ha fatto parlandomi in quel modo.
In compenso ho scoperto di averne altri, di amici. Uno dei quali mi incuriosisce, mentre l'altro mi spaventa.
L'amicizia da parte sua, quel tipo di amicizia, quella che è lì per te, e vuole esserci sempre, mi tenta come una fiamma tenta la falena. È calda, luminosa, ma insieme a tutto il resto rischia di diventare il fuoco su cui finirò per bruciarmi le ali.
Ma forse sarà sufficiente avvicinarmi senza ali, e con il mio involucro ben stabile al suo posto.
Devo pur esserne capace, no?
Di lei che ne sarà? Io non lo so. Ha fatto la sua scelta. Fa male ma è la sua vita. E forse davvero era ormai troppo invischiata nella tela del ragno, per poterne uscire.
Spero non si faccia ancora male, e che non ne faccia ad altri, soprattutto. Le ho detto che sarò lì per impedirlo.
Mi chiedo se lo farò davvero.
There’s something in your eyes and it’s giving your disguise away
No I don’t want it to last if the glass is gonna break
sabato, giugno 9
Alone
Come ho fatto a crederci ancora? Credere in... non lo so. Amicizia? Affetto? Qualcosa, non lo so. E ancora una volta ho sbagliato. Ho pensato che bastasse questo e bastasse il fatto di avere un cuore. O almeno. Questo era quello che credevo.
Ma non basta. Perché chi ha sbagliato è morto. O deve morire, forse. E chi chiede favori sbaglia, perché è meglio chi non si fa sentire proprio.
E... No questo proprio non riesco a capirlo. Come può credere che quello che mi porta a voler aiutare Eileen sia il fatto che non è umana?! Questo davvero... Perché? Fino a questo punto non ha capito niente di me? Ma del resto, se stento a capirmi io come pretendo che possano farlo gli altri?
Ma non importa. È solo un altro dei miei stupidi errori. Devo solo rialzarmi e camminare. Come sempre.
Solo che non ho niente da offrirle ora. Niente. Solo il mio inutile aiuto.
E quelle macchine infernali. Sarebbe meglio che fossero solo camere a gas. Ucciderli. Questa sarebbe la soluzione. A quanto pare è questo che vuole, la "società civile". Oppure gli è sufficiente sentirsi migliori di loro nel notare come "appena usciti tornano a fare quello che facevano prima".
Mi chiedo come potrebbe essere diverso, quando usciti da lì non c'è nessuno, NESSUNO, disposto a dargli una possibilità. Una casa, uno straccio di lavoro. Un percorso per uscire dalla merda in cui hanno vissuto per tutta una breve lunghissima esistenza.
Io ci sono, però. E quindi sarà questo che le offrirò. Il MIO aiuto. Visto che non ho altro.
E se vorrà provarci, allora farò di tutto per aiutarla a provarci.
Mi hanno chiesto perché. E io non lo so perché.
Forse perché sono stata una stronza per tutta la vita. Forse perché non ho mai pensato a nessun altro che a me stessa. Forse perché è ora che questo finisca. E se c'è una persona che ha bisogno di aiuto, ora, quella persona è Eileen Blackwood.
Sarà lei a decidere. Lei e nessun altro.
Ma non basta. Perché chi ha sbagliato è morto. O deve morire, forse. E chi chiede favori sbaglia, perché è meglio chi non si fa sentire proprio.
E... No questo proprio non riesco a capirlo. Come può credere che quello che mi porta a voler aiutare Eileen sia il fatto che non è umana?! Questo davvero... Perché? Fino a questo punto non ha capito niente di me? Ma del resto, se stento a capirmi io come pretendo che possano farlo gli altri?
Ma non importa. È solo un altro dei miei stupidi errori. Devo solo rialzarmi e camminare. Come sempre.
Solo che non ho niente da offrirle ora. Niente. Solo il mio inutile aiuto.
E quelle macchine infernali. Sarebbe meglio che fossero solo camere a gas. Ucciderli. Questa sarebbe la soluzione. A quanto pare è questo che vuole, la "società civile". Oppure gli è sufficiente sentirsi migliori di loro nel notare come "appena usciti tornano a fare quello che facevano prima".
Mi chiedo come potrebbe essere diverso, quando usciti da lì non c'è nessuno, NESSUNO, disposto a dargli una possibilità. Una casa, uno straccio di lavoro. Un percorso per uscire dalla merda in cui hanno vissuto per tutta una breve lunghissima esistenza.
Io ci sono, però. E quindi sarà questo che le offrirò. Il MIO aiuto. Visto che non ho altro.
E se vorrà provarci, allora farò di tutto per aiutarla a provarci.
Mi hanno chiesto perché. E io non lo so perché.
Forse perché sono stata una stronza per tutta la vita. Forse perché non ho mai pensato a nessun altro che a me stessa. Forse perché è ora che questo finisca. E se c'è una persona che ha bisogno di aiuto, ora, quella persona è Eileen Blackwood.
Sarà lei a decidere. Lei e nessun altro.
domenica, giugno 3
Broken
Miss Jenkins, lei mi sembra una cittadina rispettosa della legge, una persona che fa valere le sue ragioni nel modo corretto e che non travalica l'autorità perché se ne ritiene migliore
Queste parole continuano a rimbalzarmi nel cervello, non riesco a non sentirle risuonare ancora e ancora.
Ebbene no. Non è così.
Me ne ritengo migliore. Infinitamente migliore.
Ma migliore non significa più forte. E se travalicassi l'autorità sarei solo una goccia nell'assurdo mare che rinuncia a tutto, continuando incessantemente a cercare di cambiare qualcosa di più grande di lui, più grande di loro, di noi. Di tutti noi.
Siamo prigionieri di uno stato di cose che mi appare impossibile da scardinare. Di un'ingiustizia che mi brucia sotto la pelle costantemente, sempre di più, ma che sento di non poter combattere.
Mi accontento quindi delle briciole che questo schifo di società mi permette di raccogliere. Di vivere la mia vita in modo "sereno", con la mia casa, il mio lavoro, i miei amici. Incassando di tanto in tanto un calcio nei denti, per poi rialzarmi e chiedere scusa per il disturbo.
Sono troppo debole. Lo siamo tutti. Ecco perché non travalico l'autorità.
E ora non lo so come mi sento. Stanca. Troppo stanca.
Vorrei solo chiudermi nel mio bozzolo e rimanere lì, immobile, fino a quando non saranno guarite tutte le mie ferite.
Perché è questo che fanno. Ti instillano quella sottile paura di essere te stesso. "Puoi usare il tuo potere, ma solo per legittima difesa" ossia? In caso di pericolo, non è questo la legittima difesa? E c'è qualcosa di più pericoloso di una shell con una croce bianca inscritta in un cerchio? Di un uomo armato di coltello che ne aggredisce un altro? Ma no, la situazione è "borderline" e "dobbiamo trattenerla".
E cosa farò io, la prossima volta? Mi arrischierò ancora a ricorrere al mio potere, alla mia difesa, sapendo che poi potrei trascorrere anche solo una notte in quello schifo di PRIGIONE?
No. Probabilmente non lo farò. Forse rischierò anche di farmi ammazzare.
E forse sarà anche meglio. Almeno non dovrò più decidere chi e cosa essere.
sabato, maggio 12
Digging deep
È un po' che guardo questo cursore lampeggiante. Mi chiede di scrivere, e io voglio scrivere. Ma è più difficile di quanto pensassi.
Troppo difficile.
Le cose che vorrei scrivere sono in profondità, molto in profondità, e tirarle fuori fa male.
Eppure è quello che voglio fare. Tirarle fuori, sporcarmi le mani, guardarle in faccia una volta per tutte.
Sentire la voce di Phil ieri è stato come ritrovarmi catapultata indietro di sei anni. Ritrovarmi innamorata di un uomo stupendo, il cui unico errore è stato amarmi, e dirmi tutta la verità, in un momento in cui non ero pronta ad accettare le mie, di verità, figuriamoci quelle degli altri.
E poi girare per la città, in questi due giorni, con l'attenzione al massimo, e invece di documentare moti, disordini e violenze, come mi aspettavo, cogliere gli istanti. Un oggetto sospeso a mezz'aria, una fiammella tra le mani vuote di un ragazzo, una corsa folle nella notte, per prendere un autobus in partenza, gli occhi sorridenti di chi si sente libero, due splendidi angeli che solcano il cielo. Veloci, troppo veloci, perché ora sono liberi di farlo, ma non autorizzati. Non ancora.
Lo saranno mai? Non lo so.
Ho passato la vita intera a temerli, e a disprezzarli. A disprezzare tutto quello che rendeva gli uomini "diversi". A detestare mia sorella per quello che era, prima, e per quello che aveva deciso di essere poi. A disprezzare me stessa. A provare ribrezzo per quello che mi teneva al margine, separata da ciò che era "normale" e che volevo essere.
Solo ora inizio a capire. Solo ora riesco a guardarmi in faccia senza vergogna, a sentire questa "cosa" come parte di me davvero. Inizio a sentirmi... completa.
Ed è una cosa che ancora mi spaventa. Perché se prima mi sentivo parte della parte più visibile del mondo, quella che detiene il potere e che impone le regole, non fosse per una "malformazione" gestibile, ora inizio invece a sentirmi parte della minoranza, quella difficile, che vorrebbe vivere senza dover nascondere o limitare nulla di ciò che è per nascita. E mi sento più vicina, troppo vicina, a chi si sta impegnando per un cambiamento.
E non so che fare. Sempre che si possa fare qualcosa...
Aaron dice di crederci. Dice che tutto questo avrà fine un giorno, che bisogna combattere "dall'interno", adeguandosi alle leggi attuali.
Io non lo so. Non so cosa sia giusto. So che se non avessi visto, se non avessi provato... Avrei continuato a vivere nella convinzione che tutto questo fosse pericoloso e sbagliato. Mentre ora...
Se sia possibile davvero un cambiamento io non lo so. Non riesco a crederci. L'Orbo parla di un sogno. E io non so sognare, ancora. Solo... Solo che inizio a desiderarlo davvero.
Troppo difficile.
Le cose che vorrei scrivere sono in profondità, molto in profondità, e tirarle fuori fa male.
Eppure è quello che voglio fare. Tirarle fuori, sporcarmi le mani, guardarle in faccia una volta per tutte.
Sentire la voce di Phil ieri è stato come ritrovarmi catapultata indietro di sei anni. Ritrovarmi innamorata di un uomo stupendo, il cui unico errore è stato amarmi, e dirmi tutta la verità, in un momento in cui non ero pronta ad accettare le mie, di verità, figuriamoci quelle degli altri.
E poi girare per la città, in questi due giorni, con l'attenzione al massimo, e invece di documentare moti, disordini e violenze, come mi aspettavo, cogliere gli istanti. Un oggetto sospeso a mezz'aria, una fiammella tra le mani vuote di un ragazzo, una corsa folle nella notte, per prendere un autobus in partenza, gli occhi sorridenti di chi si sente libero, due splendidi angeli che solcano il cielo. Veloci, troppo veloci, perché ora sono liberi di farlo, ma non autorizzati. Non ancora.
Lo saranno mai? Non lo so.
Ho passato la vita intera a temerli, e a disprezzarli. A disprezzare tutto quello che rendeva gli uomini "diversi". A detestare mia sorella per quello che era, prima, e per quello che aveva deciso di essere poi. A disprezzare me stessa. A provare ribrezzo per quello che mi teneva al margine, separata da ciò che era "normale" e che volevo essere.
Solo ora inizio a capire. Solo ora riesco a guardarmi in faccia senza vergogna, a sentire questa "cosa" come parte di me davvero. Inizio a sentirmi... completa.
Ed è una cosa che ancora mi spaventa. Perché se prima mi sentivo parte della parte più visibile del mondo, quella che detiene il potere e che impone le regole, non fosse per una "malformazione" gestibile, ora inizio invece a sentirmi parte della minoranza, quella difficile, che vorrebbe vivere senza dover nascondere o limitare nulla di ciò che è per nascita. E mi sento più vicina, troppo vicina, a chi si sta impegnando per un cambiamento.
E non so che fare. Sempre che si possa fare qualcosa...
Aaron dice di crederci. Dice che tutto questo avrà fine un giorno, che bisogna combattere "dall'interno", adeguandosi alle leggi attuali.
Io non lo so. Non so cosa sia giusto. So che se non avessi visto, se non avessi provato... Avrei continuato a vivere nella convinzione che tutto questo fosse pericoloso e sbagliato. Mentre ora...
Se sia possibile davvero un cambiamento io non lo so. Non riesco a crederci. L'Orbo parla di un sogno. E io non so sognare, ancora. Solo... Solo che inizio a desiderarlo davvero.
lunedì, maggio 7
Phone call #2
Primo pomeriggio. Complice il cielo nuvolo che sovrasta Philadelphia, non è molta la luce che filtra dalla finestra a oblò che si trova in alto alle spalle del letto, sulla destra. Helen è ancora tra le lenzuola, a ripercorrere la serata precedente, occhi al soffitto e un mezzo sorriso che aleggia sulle labbra chiuse. Il sorriso infine sfuma, mentre le labbra restano contratte in un'espressione vagamente assorta. Infine prende il cellulare dal comodino e fa partire la chiamata.
In sottofondo si sente nitidamente il rumore della strada. Un vociare sommesso e qualche motore che passa e che va. La voce arriva forte e chiara. C'è una nota allegra a colorarne l'intonazione.
A: Ciao Helen! Come stai?
La sua voce invece è morbida e carezzevole, sommessa, una voce che lui ha imparato a conoscere, quella dei loro momenti più intimi. Con un po' di attenzione non è difficile capire che si è appena svegliata.
H: Hey... Buongiorno.
A: Buongiorno - cambia quasi subito registro, adeguandosi a quello di lei.
H: Dormito bene stamattina?
Una mezza risata viene sfiatata a quella domanda.
A: Perché, abbiamo dormito? - scherza, è evidente - Riposato un po', prima del lavoro. Ma poca cosa. Stavo ripassando mentalmente la bella serata. Tu? Dormito bene?
Un lieve sbuffo sfiora il microfono in risposta al suo scherzare. Dall'altra parte si sente ridere sommessamente allo sbuffo di lei, ma è evidente il tentativo di contenersi.
H: Sì, direi di sì... Mi sono appena svegliata
Ancora una volta si intuisce il sorriso, dietro quel parlare languido da primo risveglio.
A: E allora ben svegliata...
H: A proposito di ieri sera.... È stato tutto... perfetto...
Non lo dice, ma un "ma" è ben intuibile nel modo in cui la frase resta sospesa.
Il tono di voce di lui si apre e si fa disteso, sorride anche lui ora.
A: E' stata una gran serata, anche se non sembri convintissima, quindi...
La vista era deludente, mh?
Palese come la incalzi, senza abbandonare il tono di scherno e gioco tenuto fin lì.
H: Mozzafiato. Come tutto il resto.
Solo... - una pausa prolungata, ma forse non abbastanza da lasciarlo intervenire a colmarla - ...Tu lo sai che non hai bisogno di tutto questo, con me, per andare al dunque, vero? Sorprese costose, idee romantiche... Certo un po' di atmosfera... ma insomma. Credo sia meglio lasciare il cuore fuori da queste cose.
Non parla in modo brusco, il tono è sempre quello di poco prima, e fa intuire come probabilmente non si sia ancora nemmeno alzata dal letto.
Dall'altra un lungo momento di silenzio e poi una risata, meno contenuta delle altre.
A: Scusa.. Non.. Non sono abituato a tanta schiettezza - si schiarisce la voce e riprende - So benissimo che non ce n'è bisogno. Ma fa tutto parte del mio gioco. Dell'essere così, del dover per forza strafare.
Per me non c'è nessun problema a lasciare il cuore fuori da questa cosa. Lo faccio sempre, non ce lo metto mai.
Quando ci va, quel che ci va. E a me sta bene così.
La voce è calma, distesa.
H: Mh. Si vede che il tuo è più disciplinato. Anche il mio di solito sta al suo posto e non si intromette, ma quando mi accorgo che salta un battito inizio a preoccuparmi...
Quindi promettimi di non farlo. Lasciamolo in pace a fare il suo lavoro. E noi occupiamoci di altro... - Il sorriso malizioso è intuibile nel modo in cui conclude la frase - Anche perché sei una delle poche persone, a parte mia madre e mia sorella, ad avermi vista riccia. E dunque probabilmente ora dovrò ucciderti.
Lui ascolta quieto, il respiro regolare, e da come risponde è intuibile il mezzo sorriso che gli accentua la fossetta sulla guancia.
A: Se senti mancare un colpo, me lo dici e vedrò di tornare l'irreprensibile testa di cazzo che sono di solito, mh?
E stai bene riccia, hai un che di selvaggio che mi piace.
Se ti dico che sono stato bene e che quando vuoi puoi presentarti da me senza preavviso, la prendi male?
Perchè sul serio, non c'è problema a passare del tempo assieme. A farci compagnia. Fin quando ci andrà di farlo.
Una breve pausa di silenzio.
H: ...Ecco... senza preavviso... No. Senza preavviso no, penso che non sia il caso. - Altra pausa, più prolungata - Minimo. Un preavviso minimo direi che può andare.
Anche perché non voglio rischiare di non trovarti e fare il viaggio a vuoto.
Lui ride sommessamente.
A: Helen, se so che stai arrivando, mi faccio trovare a casa sicuramente. A meno che io non abbia altri impegni.
Ma stai pur certa che non mi lascerei trattenere troppo a lungo. E Harold sa già che sei persona gradita a casa mia. Ti farebbe salire, fintanto che io non arrivo.
Ancora una risata silenziosa della donna accarezza il microfono, alla sua promessa.
H: Okay. - Segue un silenzio sospeso, un po' troppo prolungato, poi stiracchiandosi, con la voce in principio alterata di conseguenza - Dai, sarà meglio che mi faccia una doccia e inizi la giornata...
Ci sentiamo Tate. A presto.
Silenzio e poi un fruscio, come se la guancia sfiorasse il dispositivo.
A: Ecco, per la doccia, prossima volta, passa da me.
Sono certo di riuscire ad aiutarti con i punti più ostici. - una risata - Buona giornata miss Jenkins. A presto.
H: Hahahaha - stavolta la risata è piena e ben udibile - Non dubito Tate. E ne riparleremo. Per ora forse ti conviene fartene una da solo. E bella fredda.
Ciao.
Una risata accompagna l'ultimo saluto di lei, un - Ciao - prima del click di chiusura della chiamata.
Resta ancora qualche attimo con gli occhi sul telefono senza davvero guardarlo, un mezzo sorriso sulle labbra, che poi storce di nuovo rimuginando qualcosa. Alla fine sbuffa un sospiro e si alza, lasciando rimbalzare il cellulare sul materasso, e lascia la stanza.
In sottofondo si sente nitidamente il rumore della strada. Un vociare sommesso e qualche motore che passa e che va. La voce arriva forte e chiara. C'è una nota allegra a colorarne l'intonazione.
A: Ciao Helen! Come stai?
La sua voce invece è morbida e carezzevole, sommessa, una voce che lui ha imparato a conoscere, quella dei loro momenti più intimi. Con un po' di attenzione non è difficile capire che si è appena svegliata.
H: Hey... Buongiorno.
A: Buongiorno - cambia quasi subito registro, adeguandosi a quello di lei.
H: Dormito bene stamattina?
Una mezza risata viene sfiatata a quella domanda.
A: Perché, abbiamo dormito? - scherza, è evidente - Riposato un po', prima del lavoro. Ma poca cosa. Stavo ripassando mentalmente la bella serata. Tu? Dormito bene?
Un lieve sbuffo sfiora il microfono in risposta al suo scherzare. Dall'altra parte si sente ridere sommessamente allo sbuffo di lei, ma è evidente il tentativo di contenersi.
H: Sì, direi di sì... Mi sono appena svegliata
Ancora una volta si intuisce il sorriso, dietro quel parlare languido da primo risveglio.
A: E allora ben svegliata...
H: A proposito di ieri sera.... È stato tutto... perfetto...
Non lo dice, ma un "ma" è ben intuibile nel modo in cui la frase resta sospesa.
Il tono di voce di lui si apre e si fa disteso, sorride anche lui ora.
A: E' stata una gran serata, anche se non sembri convintissima, quindi...
La vista era deludente, mh?
Palese come la incalzi, senza abbandonare il tono di scherno e gioco tenuto fin lì.
H: Mozzafiato. Come tutto il resto.
Solo... - una pausa prolungata, ma forse non abbastanza da lasciarlo intervenire a colmarla - ...Tu lo sai che non hai bisogno di tutto questo, con me, per andare al dunque, vero? Sorprese costose, idee romantiche... Certo un po' di atmosfera... ma insomma. Credo sia meglio lasciare il cuore fuori da queste cose.
Non parla in modo brusco, il tono è sempre quello di poco prima, e fa intuire come probabilmente non si sia ancora nemmeno alzata dal letto.
Dall'altra un lungo momento di silenzio e poi una risata, meno contenuta delle altre.
A: Scusa.. Non.. Non sono abituato a tanta schiettezza - si schiarisce la voce e riprende - So benissimo che non ce n'è bisogno. Ma fa tutto parte del mio gioco. Dell'essere così, del dover per forza strafare.
Per me non c'è nessun problema a lasciare il cuore fuori da questa cosa. Lo faccio sempre, non ce lo metto mai.
Quando ci va, quel che ci va. E a me sta bene così.
La voce è calma, distesa.
H: Mh. Si vede che il tuo è più disciplinato. Anche il mio di solito sta al suo posto e non si intromette, ma quando mi accorgo che salta un battito inizio a preoccuparmi...
Quindi promettimi di non farlo. Lasciamolo in pace a fare il suo lavoro. E noi occupiamoci di altro... - Il sorriso malizioso è intuibile nel modo in cui conclude la frase - Anche perché sei una delle poche persone, a parte mia madre e mia sorella, ad avermi vista riccia. E dunque probabilmente ora dovrò ucciderti.
Lui ascolta quieto, il respiro regolare, e da come risponde è intuibile il mezzo sorriso che gli accentua la fossetta sulla guancia.
A: Se senti mancare un colpo, me lo dici e vedrò di tornare l'irreprensibile testa di cazzo che sono di solito, mh?
E stai bene riccia, hai un che di selvaggio che mi piace.
Se ti dico che sono stato bene e che quando vuoi puoi presentarti da me senza preavviso, la prendi male?
Perchè sul serio, non c'è problema a passare del tempo assieme. A farci compagnia. Fin quando ci andrà di farlo.
Una breve pausa di silenzio.
H: ...Ecco... senza preavviso... No. Senza preavviso no, penso che non sia il caso. - Altra pausa, più prolungata - Minimo. Un preavviso minimo direi che può andare.
Anche perché non voglio rischiare di non trovarti e fare il viaggio a vuoto.
Lui ride sommessamente.
A: Helen, se so che stai arrivando, mi faccio trovare a casa sicuramente. A meno che io non abbia altri impegni.
Ma stai pur certa che non mi lascerei trattenere troppo a lungo. E Harold sa già che sei persona gradita a casa mia. Ti farebbe salire, fintanto che io non arrivo.
Ancora una risata silenziosa della donna accarezza il microfono, alla sua promessa.
H: Okay. - Segue un silenzio sospeso, un po' troppo prolungato, poi stiracchiandosi, con la voce in principio alterata di conseguenza - Dai, sarà meglio che mi faccia una doccia e inizi la giornata...
Ci sentiamo Tate. A presto.
Silenzio e poi un fruscio, come se la guancia sfiorasse il dispositivo.
A: Ecco, per la doccia, prossima volta, passa da me.
Sono certo di riuscire ad aiutarti con i punti più ostici. - una risata - Buona giornata miss Jenkins. A presto.
H: Hahahaha - stavolta la risata è piena e ben udibile - Non dubito Tate. E ne riparleremo. Per ora forse ti conviene fartene una da solo. E bella fredda.
Ciao.
Una risata accompagna l'ultimo saluto di lei, un - Ciao - prima del click di chiusura della chiamata.
Resta ancora qualche attimo con gli occhi sul telefono senza davvero guardarlo, un mezzo sorriso sulle labbra, che poi storce di nuovo rimuginando qualcosa. Alla fine sbuffa un sospiro e si alza, lasciando rimbalzare il cellulare sul materasso, e lascia la stanza.
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