Eileen è cambiata.
L'ho incontrata oggi, lungo lo Schuylkill. Era camuffata, diversa, ma non era questo a farne una Eileen differente.
Non ha quasi più niente della ragazzina spaurita e prostrata dai sensi di colpa, dall'inevitabilità di una vita che non voleva condurre, che faceva schifo a lei per prima. Ora è una giovane donna che combatte la sua personale guerra.
E non le ho fatto domande. Non voglio sapere. Perché sapere mi costringerebbe a prendere posizione, e non è una posizione che posso o voglio prendere. Non con lei.
Ma se c'è una verità che non posso negare, è che cento e mille volte preferisco per lei questa vita da "soldato" di una guerra mai dichiarata che quella da ragazzina succube e vessata, violentata nel corpo e nello spirito. Ora è padrona della sua vita, e pronta a viverla come le sembra più giusto. E non è quello che cerchiamo di fare tutti?
E io non lo so se davvero se la faccia con le Fenici, e io non so cosa abbia fatto o voglia fare.
Ma fin quando le Fenici sono in guerra con chi uccide civili innocenti, chi sono io per giudicare? Posso forse negare che uccidere 14 civili che non si difendono, mentre tentano di aiutare la città, equivale, in qualsiasi lingua di questo pianeta, a una dichiarazione di guerra?
E posso forse negare che in un mondo senza leggi e senza schieramenti, se avessi Yale tra le mie mani vorrei affondargli io stessa una lama nello stomaco e vederlo agonizzare come un cane?
E quello di Eileen non è forse da sempre un mondo senza leggi? Nella sua vita le leggi non hanno mai avuto un senso, se non di qualcosa da temere per le loro conseguenze.
Ma nel mio mondo non è così, e non è mai stato così.
Nel mio mondo l'America è un Paese civile. E io sono una cittadina civile di un Paese civile. Ci sono delle leggi. E posso solo sperare che le leggi siano Giuste, come dicono di voler essere.
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lunedì, agosto 13
sabato, giugno 9
Alone
Come ho fatto a crederci ancora? Credere in... non lo so. Amicizia? Affetto? Qualcosa, non lo so. E ancora una volta ho sbagliato. Ho pensato che bastasse questo e bastasse il fatto di avere un cuore. O almeno. Questo era quello che credevo.
Ma non basta. Perché chi ha sbagliato è morto. O deve morire, forse. E chi chiede favori sbaglia, perché è meglio chi non si fa sentire proprio.
E... No questo proprio non riesco a capirlo. Come può credere che quello che mi porta a voler aiutare Eileen sia il fatto che non è umana?! Questo davvero... Perché? Fino a questo punto non ha capito niente di me? Ma del resto, se stento a capirmi io come pretendo che possano farlo gli altri?
Ma non importa. È solo un altro dei miei stupidi errori. Devo solo rialzarmi e camminare. Come sempre.
Solo che non ho niente da offrirle ora. Niente. Solo il mio inutile aiuto.
E quelle macchine infernali. Sarebbe meglio che fossero solo camere a gas. Ucciderli. Questa sarebbe la soluzione. A quanto pare è questo che vuole, la "società civile". Oppure gli è sufficiente sentirsi migliori di loro nel notare come "appena usciti tornano a fare quello che facevano prima".
Mi chiedo come potrebbe essere diverso, quando usciti da lì non c'è nessuno, NESSUNO, disposto a dargli una possibilità. Una casa, uno straccio di lavoro. Un percorso per uscire dalla merda in cui hanno vissuto per tutta una breve lunghissima esistenza.
Io ci sono, però. E quindi sarà questo che le offrirò. Il MIO aiuto. Visto che non ho altro.
E se vorrà provarci, allora farò di tutto per aiutarla a provarci.
Mi hanno chiesto perché. E io non lo so perché.
Forse perché sono stata una stronza per tutta la vita. Forse perché non ho mai pensato a nessun altro che a me stessa. Forse perché è ora che questo finisca. E se c'è una persona che ha bisogno di aiuto, ora, quella persona è Eileen Blackwood.
Sarà lei a decidere. Lei e nessun altro.
Ma non basta. Perché chi ha sbagliato è morto. O deve morire, forse. E chi chiede favori sbaglia, perché è meglio chi non si fa sentire proprio.
E... No questo proprio non riesco a capirlo. Come può credere che quello che mi porta a voler aiutare Eileen sia il fatto che non è umana?! Questo davvero... Perché? Fino a questo punto non ha capito niente di me? Ma del resto, se stento a capirmi io come pretendo che possano farlo gli altri?
Ma non importa. È solo un altro dei miei stupidi errori. Devo solo rialzarmi e camminare. Come sempre.
Solo che non ho niente da offrirle ora. Niente. Solo il mio inutile aiuto.
E quelle macchine infernali. Sarebbe meglio che fossero solo camere a gas. Ucciderli. Questa sarebbe la soluzione. A quanto pare è questo che vuole, la "società civile". Oppure gli è sufficiente sentirsi migliori di loro nel notare come "appena usciti tornano a fare quello che facevano prima".
Mi chiedo come potrebbe essere diverso, quando usciti da lì non c'è nessuno, NESSUNO, disposto a dargli una possibilità. Una casa, uno straccio di lavoro. Un percorso per uscire dalla merda in cui hanno vissuto per tutta una breve lunghissima esistenza.
Io ci sono, però. E quindi sarà questo che le offrirò. Il MIO aiuto. Visto che non ho altro.
E se vorrà provarci, allora farò di tutto per aiutarla a provarci.
Mi hanno chiesto perché. E io non lo so perché.
Forse perché sono stata una stronza per tutta la vita. Forse perché non ho mai pensato a nessun altro che a me stessa. Forse perché è ora che questo finisca. E se c'è una persona che ha bisogno di aiuto, ora, quella persona è Eileen Blackwood.
Sarà lei a decidere. Lei e nessun altro.
venerdì, marzo 16
I'm always fine
Un'altra serata gelida.
Appena rientrata a casa sale le scale di corsa, neppure si sfila la giacca, apre il laptop e si siede alla scrivania.
Le dita corrono rapide sui tasti. Rilegge, corregge, inserisce qualche a capo, cambia qualche parola. Rilegge un'ultima volta. Invia.
E qualcosa si spezza.
Per la prima volta dopo tanto, troppo tempo, gli occhi si riempiono di lacrime.
Dura solo un istante, il tempo che una o due rotolino dalle ciglia, poi il cellulare segnala un messaggio.
Legge, risponde.
Io sto bene.
Io sto sempre bene.
Appena rientrata a casa sale le scale di corsa, neppure si sfila la giacca, apre il laptop e si siede alla scrivania.
Le dita corrono rapide sui tasti. Rilegge, corregge, inserisce qualche a capo, cambia qualche parola. Rilegge un'ultima volta. Invia.
E qualcosa si spezza.
Per la prima volta dopo tanto, troppo tempo, gli occhi si riempiono di lacrime.
Dura solo un istante, il tempo che una o due rotolino dalle ciglia, poi il cellulare segnala un messaggio.
Legge, risponde.
Io sto bene.
Io sto sempre bene.
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