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sabato, luglio 28

Dear Sister #2

To: hilde.jk@aol.com
From: hljenks@aol.com
Subject:  

Ciao Hilde. 

Non ho idea se ancora controlli questo indirizzo. Spero di sì, che riuscirai a ricevere questa mail.
 
No, la mamma sta bene, se è quello a cui stai pensando. 

Lo so, non ho vinto il premio sorella dell'anno. Mai. Ma magari c'è ancora speranza, no? 

Ti ho pensato infinite volte nell'ultimo periodo. E non solo perché ora vivo a Philadelphia e perché ho conosciuto i tuoi amici. O almeno, alcuni di loro. Giusto un paio a dir la verità. 
In realtà sono altri i motivi. 

La morte di papà, innanzi tutto. 
Mi sono resa conto di quanto ti abbia odiato. Per quello che gli avevi fatto, sì, ma molto di più per come lui ti amasse, sempre e malgrado tutto. Più di quanto abbia mai amato me. O almeno così pensavo. Fino a quando non l'ho visto, quella maledetta sera. Quella sera ha allargato le braccia, ed è me che voleva stringere, diceva a me di volermi bene. Proprio mentre... Ma no, andiamo per gradi. 

Ho qualcosa da dirti. E non so come dirtelo. Non so da dove cominciare. 

Ho lasciato che tu ti credessi diversa, per tutti questi anni. Che ti sentissi sola. E l'ho fatto senza l'ombra di un rimorso. Almeno fino a quando non ho messo piede qui. Nella maledetta città dove il tuo potere si è risvegliato con prepotenza, dove hai deciso di frequentare quella scuola, di registrarti e di mandare all'aria tutto l'equilibrio stabile e fasullo della nostra famiglia. 

Credevo che l'avrei odiata. Che l'avrei lasciata il prima possibile. 

E invece pian piano mi sono resa conto di essere uguale a lei. Una città complicata, piena di orrori, di cose strane, ma anche di cose meravigliose, di gente che dà letteralmente la vita per gli altri, di panorami mozzafiato, di... tutto quello che rende la vita uno schifo, oppure degna di essere vissuta. 
E forse è così che siamo tutti. Compositi, complicati, ma degni di essere vissuti. Tutti noi, nessuno escluso. 

E io per anni ho rifiutato di viverti. Anzi, per meglio dire, ho rifiutato di vivere me stessa. E di conseguenza anche te. 
Perché alla fine è questo il motivo. Eri troppo simile a me. A quello che sono veramente, per poterti accettare. Ed eri troppo diversa, troppo simile a come avrei voluto essere, per poterti accettare. 
E per lo stesso motivo ho rifiutato Phil, spingendolo fuori dalla mia vita, nella vita di un'altra. 

Hilde, quello che sto cercando di dirti è che anche io ho il gene X attivo. Da anni, tanti anni. Ne avevo 11, quando me ne sono accorta per la prima volta. Ma non volevo e non potevo accettarlo. E l'ho fatto solo da quando sono qui, da pochi mesi. E in questi pochi mesi la mia vita è cambiata così tanto che... 
Sono registrata, ora. E no, non di mia volontà. Ma ho un lavoro che amo, una carriera, potremmo dire, e una casa, una vita. Insomma non potrei mai lasciare tutto come hai fatto tu, solo per vivere le mie convinzioni. 
Perché sì, sono più simili alle tue di quanto avrei mai potuto immaginare. 
Ma sto cercando di fare la mia parte. 

E questo è quanto. Non c'è molto altro da dire. O forse troppo di più di quello che si potrebbe scrivere in una mail. 
Sappi solo che ti voglio bene. Credo di avertene sempre voluto, a modo mio. 
E mi dispiace. Mi dispiace maledettamente tanto, per tutto quello che hai sofferto anche per colpa mia. 
Sappi solo che ho sofferto anche io. Forse in modo diverso. Ma forse è quello che continuo a fare. O che mi nego di fare. 
Non sono mai stata troppo brava con l'introspezione, è una cosa che odio. 
Spero che riuscirai a perdonarmi, prima o poi. 

Abbi cura di te.

Helen




domenica, luglio 22

Alone

Si è svegliata di nuovo. Non sa se sia giorno oppure notte inoltrata, ha perso la cognizione del tempo, e il tessuto nero trapunto di cristalli bianchi che le ricopre il viso e gli occhi non aiuta. Vede nitidamente, attraverso, ma non coglie questo tipo di particolari, complice la luce artificiale di quella stanza d'ospedale.
Sente il bip regolare dei macchinari attaccati a Oracle, lì accanto, la sente respirare regolarmente, lei resta immobile, con gli occhi ormai aperti a fissare il soffitto oltre la maschera. Ripensa alle scene del giorno precedente, all'esplosione che la investe e la fa volare, come una bambola di pezza, quando ormai non ha nulla a proteggerla. Ricorda l'impatto, il respiro che si azzera, il sapore di sangue nella gola, Flare che si trascina lì accanto, le sirene, il viaggio fino all'ospedale, sempre cosciente, poi la mascherina sul naso e quindi il vuoto. Fino al risveglio in quella stanza, qualche ora prima.

È sola. C'è Oracle, lì accanto, ma non è questo che intende. Intende Sola. Non c'è nessuno che possa avvertire, nessuno che sappia della sua doppia vita, a parte Phil, lontano miglia da lì. E in ogni caso è solo uno il viso che le si presenta alla mente. Forse perché l'unico collegato a quei luoghi, nella sua testa. Ci gira un po' intorno, ricorda quel bacio, quel sorriso, quell'abbraccio, poi chiude gli occhi. Meglio così. Che non lo sappia. Né lui né nessun altro. Si nasce e si muore soli. E si soffre anche. Soli. È molto, molto meglio.


 

domenica, luglio 8

Inside

Il primo vero intervento da vigilante.

Philip sarebbe fiero di me. Anzi, probabilmente lo sarà. E forse anche Hilde lo sarebbe.
Ma non se sapessero come sono davvero, come mi sento, quando mi trovo a combattere contro qualcuno che merita la mia violenza e la mia ira.
Non sono una brava persona come loro, o come Elizabeth, una che sa contenersi davanti a un criminale, una che ritiene che qualsiasi vita sia un bene prezioso, che ogni essere umano meriti una possibilità.
È quello che mi hanno rimproverato, per Eileen.
Beh non sono così. In Eileen ho visto una vita giovane, che non ha avuto altre possiblità che crescere nell'inferno, e ne è cresciuta alterata, forse in modo irreversibile. Ma ci fosse stata anche una sola possibilità, a 21 anni, quell'unica possibilità dovevo dargliela.

Ma quando ho davanti un criminale che mi aggredisce o aggredisce qualcun altro accanto a me, o anche solo mi ostacola... Beh, quello merita il peggio che ho da dargli. E non esito un istante a stordire con un calcio un uomo già a terra con le gambe spezzate, se anche solo la sua mente è in grado di ostacolarmi, e non esiterei a tranciargli la giugulare, se la mia vita o quelle di altri fossero a rischio. Ma ho il dovere di controllarmi, quando ho il tesserino addosso. Perché questo dice la legge degli Stati Uniti D'America.
Spero davvero di riuscirci sempre.


 

giovedì, luglio 5

Independence Day

Il 4 luglio.

Ricordo i picnic al parco con tutta la famiglia, papà che ci portava a prendere il gelato, e le litigate con Hilde per essere portate in spalla, lei all'andata e io al ritorno. E poi più avanti, i pomeriggi e le serate con gli amici, il più lontano possibile da mia sorella, fingendo il più possibile di divertirmi e di essere dove volevo essere e come volevo essere. Ma forse lo ero anche...
E poi a Santa Monica, a ubriacarci in riva all'oceano dopo una giornata di bagni e sole, e i fuochi d'artificio sul Golden Gate.
Poi il 4 luglio del 2025, con i Vaasariani su Philadelphia, Hilde che vuole tornarci, io che di fatto decido di fregarmene, e vado a Monterey con Chuck.
4 luglio del 2026, Oklaoma City è ormai sotto il fuoco di Magnus, e noi siamo ad Ada, 90 miglia a sudest, a festeggiare con una barn dance quel 4 luglio senza fuochi d'artificio, perché non possiamo attirare la sua attenzione. Ma si beve, si mangia e si balla, perché la guerra non deve averla vinta, quel fottuto alieno non deve averla vinta, e perché è meglio non pensarci, finché si è al sicuro. 

Me la ricordo, quella notte. Il potere si era spento da un po', da quando avevamo lasciato in fretta e furia la città, sotto i bombardamenti. Ricordo solo di essere svenuta, mi hanno presa e portata via di peso, e quando mi sono risvegliata, ormai ad Ada, non c'era più. E mi sono sentita libera. E vulnerabile, fin troppo. Ma libera.
 

E ora questo. Questo 4 luglio che doveva essere diverso. Doveva essere un vero 4 luglio, uno normale, con le mele caramellate, i palloncini blu, rossi e bianchi e i fuochi d'artificio. E invece no. Li ho sentiti dalla camera del PGH dove Elizabeth dormiva con le costole rotte. Mentre anche io sentivo il sonno arrivare, dopo aver combattuto con tutto quello che avevo in corpo, e dopo aver tremato nel sentire le sirene avvicinarsi. E dopo aver pianto per non poter scappare. Perché non potevo lasciarla lì, in quelle condizioni, dopo che ce l'avevo cacciata io in quel guaio.

E quando l'arrivo dei soccorsi lo vivi con la paura addosso, chiedendoti se ti porteranno via o ti lasceranno andare, dopo che hai combattuto per la tua vita e per quella degli altri, senza poterti chiedere né se e né per quale motivo... Beh, quando succede questo vuol dire che c'è qualcosa che non va.


Ma sto perdendo tempo. Lo so e l'ho sempre saputo. E lo sappiamo tutti, che c'è qualcosa che non va. Come sappiamo che non ci si può fare assolutamente niente.






venerdì, giugno 22

Unexpected gifts - Again


Una giornata impegnativa. Distesa nell'acqua che ribolle con delicatezza, da cui affiorano le spalle, parte del decolleté e un ginocchio che tiene ripiegato, si sta rilassando accanto alle immagini estremamente verosimili di una spiaggia tropicale, che il programma Ambience di Jade trasmette sullo schermo che ricopre l'intera parete alla sua sinistra. Immagini accompagnate da tutti gli effetti sensoriali del caso: una lieve brezza, il rumore del mare. 
L'effetto è sorprendente, e Helen se lo sta davvero gustando quando...

Una videochiamata sulla linea criptata, Helen.

Phil?

Sì Helen.

D'accordo, passamelo.


Il panorama tropicale viene sostituito da quello che ha tutta l'aria di essere un rifugio, non dissimile da quello in cui si trova Helen, e da Phil a mezzobusto al centro dell'inquadratura.

Hey, Rose!

La voce calda, il sorriso morbido, e quel nome con cui non si sentiva chiamare da così tanto tempo, hanno il potere di farle incurvare un sorriso. Forse vagamente malinconico.

Ciao Phil. Spero che tu sia da solo, perché mi hai colta in un momento di relax...

E un altro sorriso, stavolta obliquo, glielo strappa vedere lo sguardo dell'uomo indugiare un po' troppo dove non dovrebbe.

Come sta Laura?


Gli occhi di Phil risalgono rapidamente a quelli scuri, e sul suo viso si compone un sorriso che ha tutta l'aria di un "touché".

Sta bene... - risponde portando la destra a grattarsi la nuca, forse vagamente imbarazzato - Bene. Anche i ragazzi - stavolta ha recuperato l'espressione tranquilla e sorridente di sempre.

A cosa devo...

Ho saputo che alla fine ti sei decisa. E non sai quanto sono felice.

Oh, lo so!

Sì, lo sai, è vero
- ridacchia - È che fino all'ultimo ho pensato che non lo avresti fatto.

E hai fatto bene a pensarlo - ora dice, il sorriso che pian piano è sfumato in un'espressione più seria - Ma alla fine credo di aver capito cosa intendessi. O almeno, l'ho capito a modo mio.

A modo tuo. Va benissimo. È così che ognuno deve muoversi. A modo suo. Purché si muova.

Sì, sì, lo so, Phil. Ti prego risparmiami tutto il discorso, okay?
- ma finisce per sorridere, e altrettanto fa l'uomo.

Ora però esci di lì, che devo farti vedere una cosa.

Vedere o farmi vedere?
- domanda, con la sua solita malizia tagliente.

Farti vedere... - risponde con tono di vago rimprovero, ma divertito, come sempre.

Okay, voltati.

Non che si aspetti che lo faccia. Infatti non se ne cura proprio, emergendo dall'acqua e risalendo i gradini, senza alcun pudore davanti a quegli occhi che, del resto, conoscono a memoria ogni dettaglio di quella pelle scura.
E Phil dal canto suo non accenna minimamente a voltarsi. 

Helen infila un accappatoio, dà un'asciugata sommaria ai capelli, poi prende uno dei tablet di comunicazione e si avvia verso il corridoio che attraversa tutto il rifugio. 
Jade passa immediatamente sul dispositivo la comunicazione, ed è tramite questo che continua la conversazione.

Ti ho chiamato perché non hai ancora visto tutto. E credo sia ora che tu veda anche il resto.

Di che stai parlando Phil?

Jade, falle vedere.


Sono ormai arrivati quasi alla fine del corridoio, di fronte alla porta della sala comandi, quando è il pannello della parete di fondo a scorrere sulla destra, rivelando un nuovo corridoio, a lei sconosciuto, che si illumina all'istante. Non riesce a capire quanto sia lungo, dal momento che si perde dopo una curva sulla destra.

E questo?

Vai.

Vado. Intanto dimmi.

Si tratta dell'uscita di emergenza. Che di fatto è anche un'entrata, ma è controllata esclusivamente dall'interno. Ossia da Jade in tua assenza.


Helen percorre il corridoio accigliata.

Sbuca in un magazzino al confine con l'area merci del porto. Non è un magazzino abbandonato, se è quello che pensi. È di proprietà di persone fidate, che me lo hanno ceduto tempo fa, in cambio di favori che non sto qui a spiegare.

Ha intanto raggiunto la porta scorrevole alla fine del corridoio, che Jade apre senza che neppure glielo chieda. E quello che trova al di là della porta le fa spalancare gli occhi e la fa rimanere senza fiato.

Ricordo che ti piacevano molto, tempo fa...

Al centro di una stanzetta di circa tre metri per tre, poggiata al suo cavalletto si trova una K. Bike nuova fiammante. O almeno così sembra. Helen le gira intorno.

Falle vedere, Jade.

Sì Philip.


Il display della moto si illumina, mostrando la mappa della città e il punto esatto dove si trovano ora.

Jade l'ha già configurata sui tuoi parametri. Puoi accendere il motore, spegnerlo, impostare itinerari o il pilota automatico, tutto quello che vuoi. L'IA originale è stata sostituita con una derivazione di Jade, sarai quindi sempre in contatto con lei e col rifugio. E sarà Jade a controllare i sistemi della moto. Su prova.

Metti in moto, Jade.


In un attimo il rombo del motore totalmente ecologico risuona nella piccola stanza, mentre le luci si accendono, come gli occhi Helen del resto. Scorre le dita sul sellino, sul serbatoio, sul manubrio che quasi si perde nella linea aerodinamica della parte anteriore.

Liberty Bell Center - pronuncia guardando la mappa, e immediatamente su questa viene tracciato il percorso più rapido, evidenziato in blu.

Gli occhi scuri riescono finalmente a staccarsi dallo schermo per tornare al pad, da cui Phil la guarda sorridendo.


Fantastica, Phil, davvero. Ma sei sicuro che...

Helen per favore. Sai che posso farlo. Sai che voglio farlo. Per me il discorso finisce qui, okay?

Okay...
- sa che è assolutamente inutile discutere, quando Phil prende quel tono.

Quella piattaforma che vedi sulla destra. Come vedi il pavimento è in cemento. Ed è una perfetta imitazione del pavimento del magazzino. Quando Jade dà il comando, la piattaforma sale, andando a sostituire quella che attualmente fa da pavimento lì sopra. La sostituzione avviene in modo rapido e silenzioso, impossibile accorgersene se non vedendolo succedere. Ci sono anche telecamere lì. Come ti ho detto è un accesso controllato solo dall'interno. È un ottimo modo per ricevere ospiti. O per uscire se per qualsiasi motivo devi farlo in fretta e senza essere vista.
Falle vedere, Jade.

Sì Philip.


Un lieve ronzio, appena percettibile, e il soffitto sopra la piattaforma si divide in due metà, che si appiattiscono sulle pareti e iniziano a scendere, mentre la piattaforma sale, prendendone il posto. Una volta arrivate in basso, le due metà si ricongiungono al centro, riprendendo l'aspetto e la consistenza di una piattaforma unica.

Helen non commenta nulla per diversi istanti.


Beh. Che devo dirti?

Grazie?

Ma sì, certo. Grazie!
- il sorriso si inclina ancora una volta, mentre lo guarda scuotendo la testa.

Spero di esserne all'altezza - mormora, in uno dei suoi pochi momenti di sincerità senza riserve e senza costruzioni, che Phil conosce bene. Ciò non toglie che gli facciano effetto. Ogni volta. E lo si vede dallo sguardo che le riserva ora.

Lo sarai, Helen. Come sempre.

Lei stira un sorriso, poi chiude la comunicazione, come l'altro sapeva che avrebbe fatto. Torna con lo sguardo alla moto, ne accarezza ancora una volta il profilo, poi sospira e si avvia per tornare all'interno, ad asciugarsi i capelli e prepararsi una rapida cena.


mercoledì, maggio 23

Maybe...

Cammina lentamente, osservando ogni cosa di nuovo, come se fosse la prima volta. Il silenzio è irreale. Appena un soffio lo scorrere della porta di metallo che scompare nella parete dopo l'autenticazione. Le luci si accendono mentre varca la soglia.

Buonasera Helen!

Buonasera Jade...

Lentamente, quasi timorosa di sentire il rumore dei suoi stessi passi risuonare in quel luogo ora deserto.

Che ore sono Jade?

Ventitré e quarantasette minuti Helen.

Attraversa la stanza, scorre le dita sul mobilio dalla linea avveniristica. Gli occhi spaziano fin oltre il vetro temperato, lungo il corridoio che percorre l'esterno della sala, verso le altre porte ora chiuse. Raggiunge la cucina, osserva ogni superficie. Apre il frigo, attualmente vuoto ma funzionante.

Jade, Phil è stato qui altre volte?

Ventidue volte - risponde la voce sintetica.

Quando l'ultima?

Quattordici maggio duemilaventisette, ore zero e dodici minuti.

E la prima?

Undici luglio duemilaventitré, ore dieci e venticinque minuti.

Questo era il suo rifugio a Philadelphia, Jade?

Sì, Helen.

Jade tu ricevi aggiornamenti?

Sì, ogni tre mesi, se non ci sono modifiche urgenti.

Da dove?

Dal server 1, Washington DC.

Il server 1 è nel rifugio di Phil?

Sì Helen.

Laura sa di Phil? Della sua identità segreta?

Non ho abbastanza informazioni.

Laura Archer sa dell'identità segreta di Phil?

Non ho abbastanza informazioni, Helen.

Laura è mai stata al rifugio di Phil a Washington?

Non ho permessi sufficienti per accedere a queste informazioni.


Un breve sospiro. Lascia la stanza e imbocca il corridoio, continuando a camminare lentamente e osservando ogni cosa, le dita che sfiorano le pareti candide, le giunture metalliche. Raggiunge infine la porta in fondo al corridoio, posizionandosi per la scansione della retina. Un clic le comunica lo sblocco della porta.

Apri la porta Jade.

Il soffio della porta che si apre, poi le luci azzurrine della sala comandi. Raggiunge la teca in fondo alla stanza senza soffermarsi su altro, prende la maschera, la rigira tra le dita, la indossa, guardandosi poi nel debole riflesso sul vetro della teca.
Resta così per qualche istante, poi la toglie riponendola al suo posto.


Jade, preparami un bagno caldo, per favore.


Storce le labbra, nello scoprirsi a chiedere "per favore" a una IA, poi sbuffa un sospiro, fermandosi a osservare la maschera ancora per un istante. Infine si volta e attraversa la stanza, diretta alla sala relax, dove si sente scorrere l'acqua che sta riempiendo la vasca. Ormai ha deciso, dormirà qui questa notte.




lunedì, maggio 21

Lonely Nights

E poi capitano le sere come questa. In cui prendi il telefono in mano e lo guardi senza sapere che farne. Guardi un numero, vorresti comporlo, poi lo togli di mezzo, e inizi a scorrere la rubrica, ma ti rendi conto che no, non c'è un singolo numero che tu possa chiamare, tra tutti quelli memorizzati lì dentro. Nemmeno un singolo dannatissimo numero.

giovedì, maggio 17

Philly and me

Non so perché l’ho fatto. Ne avevo bisogno. Avevo bisogno di specchiarmi nei suoi occhi. Vedermi riflessa nel suo sguardo, quando mi avesse vista veramente nuda.
Perché è questo che è stato.
Nuda. Ossia priva di ogni protezione o copertura, priva della maschera che indosso costantemente, perfino con me stessa, ormai da troppo tempo.

Solo Phil mi aveva vista così, prima di lui.

Ma non potevo basarmi su Phil per capire davvero, per vedermi davvero. Phil ha ancora un filtro che lo acceca, quando mi guarda. E io lo vedo nei suoi occhi. Non sarà mai obiettivo nei miei confronti.

Con Tate è diverso. Lui è attratto da me, gioca con me. Ma non è amore. 
Fa quasi male vederlo così, scritto su una pagina. Eppure è quello che ho cercato, che ho voluto fin dall’inizio, e che voglio ancora. Quello che ci tiene insieme, forse più dell’attrazione che ci avvicina l’uno all’altro, la quieta certezza che no, non chiederemo altro. Eviteremo di farci del male.

Phil l’ho amato, l’ho amato davvero. E poi l’ho distrutto. Spezzato. Gli ho negato da un giorno all’altro non solo il mio amore, ma l’accettazione di quello che era. E questo è quello che mi fa più male, ora. Ora che inizio a vedere tutto con occhi nuovi.
E Hilde, ho fatto male anche a lei. Forse a lei più che a chiunque altro. Quando aveva bisogno di me, quando era solo una bambina ed è rimasta sola, o quando il ragazzo che amava, e che l’amava fino al giorno prima, aveva preso a chiamarla strega e puttana davanti a tutta la scuola… Io non ero con lei. Ero con quelli che le voltavano le spalle, la guardavano con disprezzo o le ridevano dietro.

Siamo spigolosi, taglienti, difficili. Ha ragione lui.

E proprio per questo era in lui che dovevo specchiarmi. E non credevo che avrebbe reagito così. Il suo sguardo, il tono della sua voce… Quando le sue labbra hanno sfiorato i cristalli… Ora so che voglio essere quello che sono e niente altro. E forse riuscirò anche a rimediare a qualcuno dei miei errori. Forse non è troppo tardi.

E questa città… questa dannata città, che ho odiato dal primo momento, da ancora prima di metterci piede. 
Beh, ieri era bella come una regina, col diadema delle sue luci e delle stelle. E forse ho capito che dopotutto non siamo così diverse. Spigolosa, tagliente, esattamente come me. Sembra fregarsene di tutto, ma forse…

So che le devo un Grazie. 





lunedì, maggio 14

Past and Future

Sono seduti al tavolo di un elegante ristorante del centro. Un uomo e una donna, sorridono, parlano, sembrano legati da una solida confidenza e ricordi comuni. Pasteggiano a ostriche e acqua minerale...


E ti ricordi quando tornavamo da quel concerto alla Oracle Arena e la macchina si è fermata nel bel mezzo della Nimitz? E dovevi anche andare in bagno...


Ridono entrambi.


Sì... - è lei a rispondere, senza smettere di ridere - E io volevo tornare in autostop, mentre tu ti rifiutavi di lasciare lì la macchina. E alla fine hai dovuto seguirmi per forza, perché ho alzato il pollice e già si stava fermando un camion...

Già. Eri tutta matta.

No. Dovevo solo andare in bagno. Da morire.
- afferma, per poi tornare a ridere di gusto, scuotendo la testa.


Gli occhi accesi studiano i lineamenti di quell'uomo ben vestito, che la guarda come ha sempre fatto.
Come ha sempre fatto. Lo nota solo ora. E questo fa sfumare un po' il sorriso, mentre abbassa gli occhi e si rifugia nel bicchiere.

Non gli è sfuggito, la conosce troppo bene. La osserva, poi -
Helen. Scusami se ti ho cercata.
Forse non avrei dovuto. Ma per me era troppo importante.
Ho... qualcosa per te.


Lei increspa la fronte guardandolo.


No. Non ce l'ho qui con me. Ti ci porto appena abbiamo finito - le assicura col suo solito sorriso. Il resto della cena scorre via serenamente, anche se con qualche momento di silenzio di troppo.

È con la sua macchina sportiva che al termine della cena lasciano il ristorante per raggiungere il Porto. Parcheggia nei pressi della zona turistica e da lì si avviano a piedi, tra i piccoli negozi ed i locali.  Le prende la mano, e inizia a condurla per i vicoli, lasciandosi alle spalle le luci e il viavai, fino a una palazzina anonima. Lei lo guarda corrucciata, non capisce, ma lui si porta l'indice alle labbra, chiedendole di fare silenzio. Estrae una chiave, apre una porta, e sono all'interno. Un vestibolo semplice, male illuminato, scale che salgono al primo piano, scale che scendono alla cantina, una fila di cassette della posta un po' malandate.



Phil ma... - prende a domandare piano, ma lui ancora una volta le fa segno di tacere. La sua mano si posa in un punto del muro, e un pannello scorrevole scompare nella parete, creando un varco.


Dopo di te.


Lo guarda sconcertata, ma lo attraversa. Si fida di lui ciecamente. Da sempre.
Sono entrambi dall'altra parte, quando il pannello si chiude e luci al neon si accendono su una scala che conduce al sottosuolo. Percorrono insieme la scala, una struttura in metallo e led decisamente diversa dal contesto esterno, fino a una porta blindata in metallo, priva di maniglie o serrature, affiancata da un dispositivo per la scansione della retina. Phil si fa avanti, il dispositivo lo riconosce, la porta si apre.



Salve Philip - una voce risuona nel silenzio, facendo trasalire Helen, ma ci mette meno di un attimo, mentre le luci si accendono, a capire che si tratta di una IA.


Salve Jade. Questa è Helen. Helen Jenkins.

Salve Helen
- la stessa voce femminile e chiaramente sintetica.

L'interno è spazioso, fin troppo. Un tavolo rotondo, circondato da sei sedie, un angolo cottura del tutto accessoriato. Da questo ambiente si accede a un corridoio a vista, separato dalla sala centrale per mezzo di una paratia bassa e una parete in vetro temperato antiproiettile, che circonda interamente la sala. Helen segue l'uomo stordita.



Mi spieghi dove siamo, Phil?


A lato del corridoio si aprono diverse porte scorrevoli. Un magazzino/dispensa completamente rifornito, una piccola camera accessoriata di due cuccette, armadio, scrivania, bagno, altra camera simile, un'infermeria, altro bagno, una sala relax con attrezzi da palestra e vasca idromassaggio. Infine un'ultima stanza, anche questa protetta dallo scan retinico. Philip si ferma, fronteggiandola.

Helen... Io... Volevo dirti che ho saputo.

Cosa hai saputo?

La tua... registrazione.



Increspa la fronte un istante, poi capisce, ma con grande sorpresa dell'uomo incurva un sorriso.


Sei uno stalker.


Lui ride, forse più di sollievo che altro, le cinge i fianchi e l'attira a sé. Lei non riesce a evitarlo, non mentre guarda nei suoi occhi. E neppure riesce a evitare quel bacio, o forse non vuole. Forse è Phil il primo a tirarsi indietro, forse lei, o forse lo fanno entrambi, contemporaneamente. E probabilmente per lo stesso motivo, evidente negli occhi dell'uno con una sfumatura colpevole, negli occhi dell'altra come un'ombra di dispiacere, la consueta vaga chiusura.

Perché mi hai portata qui, Phil?

Lui non risponde subito. Lascia che il dispositivo gli scansioni la retina, si sente lo sblocco della porta metallica, ma questa non si apre.

Apri la porta, Jade.


La porta scorre lasciandoli entrare, e nel varcare la soglia le luci al neon si accendono. Una luce prevalentemente bluastra, per non affaticare gli occhi. La stanza non è molto grande. C'è una scrivania ampia e una console.



Questa dà accesso manuale al sistema Jade e a tutti i controlli del rifugio - le spiega, sfiora poi alcuni comandi manuali, facendo apparire diversi schermi - E quelli sono i monitor delle videocamere poste all'esterno, nel corridoio e vicino alle tre uscite. Mentre su quello schermo grande Jade può trasmettere dalle varie videocamere open che si trovano in giro per la città. - Ma l'attenzione di Helen è completamente concentrata su una tuta nera appesa in una teca illuminata, in fondo alla stanza. Interroga l'altro con lo sguardo, e lui la invita ad avvicinarsi.


Te l'ho detto. Ho saputo della tua registrazione. Tu lo sai qual'è il mio pensiero, lo hai sempre saputo - lo ascolta in silenzio, la mente alle interminabili discussioni sul come e il perché secondo lui i mutanti erano un bene per l'umanità e su come fosse convinto che ognuno di loro avrebbe dovuto impegnarsi per la difesa delle città e di come lui lo avrebbe fatto, se avesse avuto un qualsiasi potere. Il fatto che lo facesse già, e che fosse un mutante, lo aveva saputo solo diverso tempo dopo, quando aveva deciso di dirglielo, subito prima di chiederle di sposarlo... 

Solo la sua voce interrompe il flusso dei suoi pensieri.


Helen? Mi stai ascoltando?

Come? Sì. Sì certo ti ascolto.

Quindi? Hai capito? Perfettamente integrata. È in grado di percepire la variazione cellulare e adeguarsi, prendendo le caratteristiche della tua pelle e di fatto divenendone parte.



Lei lo guarda sconcertata.


Indispensabile, perché il tuo potere di rifrazione, e anche la superficie abrasiva di cui puoi disporre sarebbero notevolmente ridotte da qualsiasi altro tipo di abbigliamento. Inoltre...

Potere di rifrazione? Ma di che accidenti stai parlando?


Non capisce, non riesce a stargli dietro, è tutto troppo veloce.

Helen... Ma davvero non hai idea di quello che puoi fare? - la guarda stupito - Non ti sei documentata nemmeno un poco?

Lei scuote appena la testa, tornando a guardare la tuta, e la maschera appesa lì accanto.


Indossale Helen - la invita - Ti prego.


Lei ancora non si muove, continua a fissarlo.


Helen. So che hai il chip disattivato, per il virus.

Perfetto, sai anche questo...
- inizia a spazientirsi, ma si limita a storcere le labbra, scuotendo la testa.


Indossale. Almeno una volta. Ora. Devo farti vedere come funziona, e quello che puoi fare davvero.


Lei lascia andare un sospiro e si arrende. Raramente è riuscita a negargli qualcosa. Forse solo l'unica che lui volesse davvero: diventare sua moglie.
Prende la tuta e gli stivaletti annessi e va a cambiarsi, rientrando poco dopo.



Helen... sei...


Lei storce le labbra, dietro la maschera di tessuto e cristalli che le ricopre interamente il volto.


Mi sento ridicola.

Ridicola? Sei uno spettacolo. Ma aspetta di vederla in funzione...



Un sospiro rassegnato - Che devo fare?

Attiva la mutazione.

Adesso? Qui?

No, se vuoi andiamo in JFK Plaza. O in Boathouse Row, dove preferisci?



Riesce a farla sorridere, anche in queste circostanze, ma lui non può saperlo. Guarda ai suoi occhi, china il viso. Non lo ha mai fatto davanti a qualcun altro, e non è affatto facile per lei, ma alla fine evita di guardarlo e come sempre si concentra solo sulla sua mano destra. Rapidamente la pelle cambia di spessore e consistenza, trasformandosi nella corazza inscalfibile che ormai inizia ad accettare come parte di sé. Appena inizia la mutazione, la tuta ha una mutazione analoga e cambia struttura cellulare, andandosi a fondere in tutto e per tutto con l'altra superficie adamantina.
Lo sguardo di Phil è affascinato e fiero.



Eccezionale...  Aspetta! - si affretta poi a dirle - Ora. Cerca di concentrarti. I diamanti che ti ricoprono puoi controllarli. Puoi renderli più spessi, più taglienti, ma anche più rifrangenti, molto più rifrangenti. Ma non durerà molto, quindi controlla i tempi - intanto estrae dalla tasca un paio di occhiali da eclissi, che va a infilarsi, facendole scuotere la testa - Forza. Provaci.


Helen in un primo momento rimane interdetta, poi sospira e cerca di concentrare l'attenzione sulla superficie della propria pelle, fusa con la tuta che la ricopre. Inizia a sentirla, ad avvertirne le caratteristiche, sente crescere una strana euforia, la sensazione di poter assorbire la luce e rigettarla indietro, ed è un istante: un lampo di luce accecante si riflette dal suo corpo, illuminando per un attimo a giorno tutta la sala.


Grandioso! Ci sei riuscita al primo colpo Helen!



L'entusiasmo di Phil è pari forse soltanto alla confusione della ragazza. Si guarda le mani, le braccia, il corpo. Non riesce a credere a quello che ha appena fatto.


Phil io... - ma non dice altro, solo lascia la stanza, tornando poco dopo con la tuta ripiegata sul braccio. Gliela restituisce.


Lui la guarda in viso.



Helen... Tutto questo... So come sembra, ma ti prego. Io voglio solo che tu prenda in considerazione questa cosa. E voglio che tu abbia qualcosa di mio. Qualcosa che un giorno potrebbe fare la differenza. Non deve essere domani. Né tra una settimana. Potrebbe essere mai. Anche se spero che non deciderai di gettare via la possibilità di fare la tua parte.
Forse tu credi che il tuo potere sia utile solo per proteggere te, ma non è così. Potresti proteggere molte persone. Potresti fare la differenza Helen. Fare qualcosa per rendere migliore questa città. Ti chiedo solo di pensarci. Ti prego.



Non può negarglielo. Annuisce, ma quasi non riesce più a guardarlo in viso, almeno fino a quando non lo fa per dirgli - Okay. Ora andiamo, per favore.


Non era la risposta che Phil sperava, ma acconsente, riuscendo solo a convincerla, prima di andare, a farsi scansionare la retina per aggiungere i suoi dati biometrici ai controlli.

Potrai cancellare i miei quando e se deciderai che tutto questo sia tuo.


Aziona il comando e la porta si apre.


Arrivederci Phil, arrivederci Helen - le luci si spengono alle loro spalle.


Arrivederci Jade.

Ciao Jade.



Ed è ancora con questo tumulto nella testa che, dopo aver salutato Phil sotto casa sua, Helen si trova tra le mani l'ennesima lettera anonima, un numero di cellulare, e una lunga nottata insonne da superare.







sabato, maggio 12

Digging deep

È un po' che guardo questo cursore lampeggiante. Mi chiede di scrivere, e io voglio scrivere. Ma è più difficile di quanto pensassi.
Troppo difficile.
Le cose che vorrei scrivere sono in profondità, molto in profondità, e tirarle fuori fa male.
Eppure è quello che voglio fare. Tirarle fuori, sporcarmi le mani, guardarle in faccia una volta per tutte.

Sentire la voce di Phil ieri è stato come ritrovarmi catapultata indietro di sei anni. Ritrovarmi innamorata di un uomo stupendo, il cui unico errore è stato amarmi, e dirmi tutta la verità, in un momento in cui non ero pronta ad accettare le mie, di verità, figuriamoci quelle degli altri.

E poi girare per la città, in questi due giorni, con l'attenzione al massimo, e invece di documentare moti, disordini e violenze, come mi aspettavo, cogliere gli istanti. Un oggetto sospeso a mezz'aria, una fiammella tra le mani vuote di un ragazzo, una corsa folle nella notte, per prendere un autobus in partenza, gli occhi sorridenti di chi si sente libero, due splendidi angeli che solcano il cielo. Veloci, troppo veloci, perché ora sono liberi di farlo, ma non autorizzati. Non ancora.

Lo saranno mai? Non lo so.

Ho passato la vita intera a temerli, e a disprezzarli. A disprezzare tutto quello che rendeva gli uomini "diversi". A detestare mia sorella per quello che era, prima, e per quello che aveva deciso di essere poi. A disprezzare me stessa. A provare ribrezzo per quello che mi teneva al margine, separata da ciò che era "normale" e che volevo essere.
Solo ora inizio a capire. Solo ora riesco a guardarmi in faccia senza vergogna, a sentire questa "cosa" come parte di me davvero. Inizio a sentirmi... completa.

Ed è una cosa che ancora mi spaventa. Perché se prima mi sentivo parte della parte più visibile del mondo, quella che detiene il potere e che impone le regole, non fosse per una "malformazione" gestibile, ora inizio invece a sentirmi parte della minoranza, quella difficile, che vorrebbe vivere senza dover nascondere o limitare nulla di ciò che è per nascita. E mi sento più vicina, troppo vicina, a chi si sta impegnando per un cambiamento.

E non so che fare. Sempre che si possa fare qualcosa...

Aaron dice di crederci. Dice che tutto questo avrà fine un giorno, che bisogna combattere "dall'interno", adeguandosi alle leggi attuali.

Io non lo so. Non so cosa sia giusto. So che se non avessi visto, se non avessi provato... Avrei continuato a vivere nella convinzione che tutto questo fosse pericoloso e sbagliato. Mentre ora...

Se sia possibile davvero un cambiamento io non lo so. Non riesco a crederci. L'Orbo parla di un sogno. E io non so sognare, ancora.  Solo... Solo che inizio a desiderarlo davvero.




Phone call #3

Helen ciao. Come stai?

... Phil?

Sì. Phil.

Ciao...
- si avverte il sorriso, ma anche l'evidente stupore, di risentirlo dopo tanti anni.

Come stai?

La sua voce è quella di sempre, l'effetto di una coperta calda posata sulle spalle in una gelida notte invernale. La fa sorridere.

Sto... bene immagino.

Si sente l'uomo ridere sommessamente, dall'altra parte.

Immagini. Credo sia un buon punto di partenza.

Lei resta in silenzio, le labbra incurvate e gli occhi persi su ricordi lontani, che credeva di aver accantonato ormai definitivamente da tempo.
Il silenzio si protrae, rotto alla fine di nuovo dall'uomo.


Ho fatto male a chiamarti?

Esita un istante - No. No no... Solo... Come hai avuto questo numero?

Stavolta il silenzio si prolunga un po' eccessivamente dall'altra parte.

Beh... Ho chiesto un po' in giro. Volevo sapere che fine avessi fatto.
- altro silenzio - So che ora sei a Philadelphia.

Sì infatti, da qualche mese. Tu? Sempre a Frisco?

Un breve sbuffo divertito accarezza il microfono, dall'altra parte.

No. Ci siamo trasferiti a Washington da qualche anno.

Oh. "Ci siamo". Quindi tu e Laura...

Sì. Siamo ancora insieme. Ed è arrivata una terza Desmond, Jasmine.


Helen sorride, o meglio le sue labbra sorridono, gli occhi restano appesi in un punto imprecisato, spenti.

Quindi? - domanda infine con rinnovata verve - A che devo... - non continua con le frasi di rito.

Sono... qui a Philadelphia, per qualche giorno. Mi hanno mandato qui a sistemare alcuni casini...

Stai parlando del virus? C'entra qualcosa un procuratore federale in tutto questo? Perché è ancora quello il tuo lavoro, giusto?

Sì, sì, ancora quello. E... non sono cose di cui posso parlare troppo, lo sai. Comunque, resterò qualche giorno, e mi farebbe piacere incontrarti. Pensi si possa fare?


Si morde il labbro con vaga apprensione, lo sguardo ancora vuoto, prolungando l'attesa di un istante, poi gli risponde.

Okay. Ma certo, va bene. Fammi sapere quando. Mi fa piacere rivederti.


Il tono dell'uomo sembra estremamente sollevato, e sorridente.

Bene allora. Appena ho un momento libero ti chiamo. Tieniti una sera libera okay?

Okay. Ci sentiamo!

Ci sentiamo.


Resta a rimuginare per un bel po', con lo sguardo cupo e la testa piena di fastidiosi ricordi. Infine riesce ad accantonare il tutto e ad avviarsi per iniziare la giornata.