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sabato, settembre 29

Pain is not something to share

Rientra tardi, gli abiti stazzonati, umidi di pioggia, le scarpe e la borsa irrimediabilmente rovinati, il vetro del cellulare rotto, i capelli completamente spettinati. Getta scarpe e impermeabile dove capita, poi prende il cellulare, scorre la rubrica, seleziona un contatto, si siede sul divano e inizia a scrivere. Scrive per qualche riga, si ferma, rilegge, cestina il messaggio.
Riprende a scorrere la rubrica e guarda a lungo un contatto, prima di spegnere il display e lanciare il telefono sul divano, poi raccoglie le ginocchia tra le braccia, vi posa la fronte e inizia a piangere. Sola. 


 

sabato, luglio 28

Dear Sister #2

To: hilde.jk@aol.com
From: hljenks@aol.com
Subject:  

Ciao Hilde. 

Non ho idea se ancora controlli questo indirizzo. Spero di sì, che riuscirai a ricevere questa mail.
 
No, la mamma sta bene, se è quello a cui stai pensando. 

Lo so, non ho vinto il premio sorella dell'anno. Mai. Ma magari c'è ancora speranza, no? 

Ti ho pensato infinite volte nell'ultimo periodo. E non solo perché ora vivo a Philadelphia e perché ho conosciuto i tuoi amici. O almeno, alcuni di loro. Giusto un paio a dir la verità. 
In realtà sono altri i motivi. 

La morte di papà, innanzi tutto. 
Mi sono resa conto di quanto ti abbia odiato. Per quello che gli avevi fatto, sì, ma molto di più per come lui ti amasse, sempre e malgrado tutto. Più di quanto abbia mai amato me. O almeno così pensavo. Fino a quando non l'ho visto, quella maledetta sera. Quella sera ha allargato le braccia, ed è me che voleva stringere, diceva a me di volermi bene. Proprio mentre... Ma no, andiamo per gradi. 

Ho qualcosa da dirti. E non so come dirtelo. Non so da dove cominciare. 

Ho lasciato che tu ti credessi diversa, per tutti questi anni. Che ti sentissi sola. E l'ho fatto senza l'ombra di un rimorso. Almeno fino a quando non ho messo piede qui. Nella maledetta città dove il tuo potere si è risvegliato con prepotenza, dove hai deciso di frequentare quella scuola, di registrarti e di mandare all'aria tutto l'equilibrio stabile e fasullo della nostra famiglia. 

Credevo che l'avrei odiata. Che l'avrei lasciata il prima possibile. 

E invece pian piano mi sono resa conto di essere uguale a lei. Una città complicata, piena di orrori, di cose strane, ma anche di cose meravigliose, di gente che dà letteralmente la vita per gli altri, di panorami mozzafiato, di... tutto quello che rende la vita uno schifo, oppure degna di essere vissuta. 
E forse è così che siamo tutti. Compositi, complicati, ma degni di essere vissuti. Tutti noi, nessuno escluso. 

E io per anni ho rifiutato di viverti. Anzi, per meglio dire, ho rifiutato di vivere me stessa. E di conseguenza anche te. 
Perché alla fine è questo il motivo. Eri troppo simile a me. A quello che sono veramente, per poterti accettare. Ed eri troppo diversa, troppo simile a come avrei voluto essere, per poterti accettare. 
E per lo stesso motivo ho rifiutato Phil, spingendolo fuori dalla mia vita, nella vita di un'altra. 

Hilde, quello che sto cercando di dirti è che anche io ho il gene X attivo. Da anni, tanti anni. Ne avevo 11, quando me ne sono accorta per la prima volta. Ma non volevo e non potevo accettarlo. E l'ho fatto solo da quando sono qui, da pochi mesi. E in questi pochi mesi la mia vita è cambiata così tanto che... 
Sono registrata, ora. E no, non di mia volontà. Ma ho un lavoro che amo, una carriera, potremmo dire, e una casa, una vita. Insomma non potrei mai lasciare tutto come hai fatto tu, solo per vivere le mie convinzioni. 
Perché sì, sono più simili alle tue di quanto avrei mai potuto immaginare. 
Ma sto cercando di fare la mia parte. 

E questo è quanto. Non c'è molto altro da dire. O forse troppo di più di quello che si potrebbe scrivere in una mail. 
Sappi solo che ti voglio bene. Credo di avertene sempre voluto, a modo mio. 
E mi dispiace. Mi dispiace maledettamente tanto, per tutto quello che hai sofferto anche per colpa mia. 
Sappi solo che ho sofferto anche io. Forse in modo diverso. Ma forse è quello che continuo a fare. O che mi nego di fare. 
Non sono mai stata troppo brava con l'introspezione, è una cosa che odio. 
Spero che riuscirai a perdonarmi, prima o poi. 

Abbi cura di te.

Helen




giovedì, luglio 5

Independence Day

Il 4 luglio.

Ricordo i picnic al parco con tutta la famiglia, papà che ci portava a prendere il gelato, e le litigate con Hilde per essere portate in spalla, lei all'andata e io al ritorno. E poi più avanti, i pomeriggi e le serate con gli amici, il più lontano possibile da mia sorella, fingendo il più possibile di divertirmi e di essere dove volevo essere e come volevo essere. Ma forse lo ero anche...
E poi a Santa Monica, a ubriacarci in riva all'oceano dopo una giornata di bagni e sole, e i fuochi d'artificio sul Golden Gate.
Poi il 4 luglio del 2025, con i Vaasariani su Philadelphia, Hilde che vuole tornarci, io che di fatto decido di fregarmene, e vado a Monterey con Chuck.
4 luglio del 2026, Oklaoma City è ormai sotto il fuoco di Magnus, e noi siamo ad Ada, 90 miglia a sudest, a festeggiare con una barn dance quel 4 luglio senza fuochi d'artificio, perché non possiamo attirare la sua attenzione. Ma si beve, si mangia e si balla, perché la guerra non deve averla vinta, quel fottuto alieno non deve averla vinta, e perché è meglio non pensarci, finché si è al sicuro. 

Me la ricordo, quella notte. Il potere si era spento da un po', da quando avevamo lasciato in fretta e furia la città, sotto i bombardamenti. Ricordo solo di essere svenuta, mi hanno presa e portata via di peso, e quando mi sono risvegliata, ormai ad Ada, non c'era più. E mi sono sentita libera. E vulnerabile, fin troppo. Ma libera.
 

E ora questo. Questo 4 luglio che doveva essere diverso. Doveva essere un vero 4 luglio, uno normale, con le mele caramellate, i palloncini blu, rossi e bianchi e i fuochi d'artificio. E invece no. Li ho sentiti dalla camera del PGH dove Elizabeth dormiva con le costole rotte. Mentre anche io sentivo il sonno arrivare, dopo aver combattuto con tutto quello che avevo in corpo, e dopo aver tremato nel sentire le sirene avvicinarsi. E dopo aver pianto per non poter scappare. Perché non potevo lasciarla lì, in quelle condizioni, dopo che ce l'avevo cacciata io in quel guaio.

E quando l'arrivo dei soccorsi lo vivi con la paura addosso, chiedendoti se ti porteranno via o ti lasceranno andare, dopo che hai combattuto per la tua vita e per quella degli altri, senza poterti chiedere né se e né per quale motivo... Beh, quando succede questo vuol dire che c'è qualcosa che non va.


Ma sto perdendo tempo. Lo so e l'ho sempre saputo. E lo sappiamo tutti, che c'è qualcosa che non va. Come sappiamo che non ci si può fare assolutamente niente.






giovedì, giugno 28

A photo...



È strano. Pensare a una persona guardando non una sua foto, ma una tua...
Eppure in questa foto non riesco a vedere me. Vedo lui. Il momento in cui mi fa ridere prendendo il cellulare, e scatta questa foto; i momenti prima di questo, che mi hanno reso così facile ridere. E quelli dopo, quando ridere è diventato più complicato.
Poi guardo il telefono e... no. Questa sera no. 

E per Chris è tutto molto semplice. Seguire quello che ti fa stare bene, dice.
E quando non sai cosa ti faccia stare davvero bene? E quando vorresti, ma qualcun altro non te lo consente? E quando lo fai, e finisci per rovinare tutto quanto? 
Dio sa quanto vorrei provarci, a fare come dice lui. A essere come dice lui.
Ma no. Io sono un'altra cosa.

Io sono quella che sa esattamente quanto ci vorrebbe un abbraccio, in certe situazioni. Ma sa anche quanto sia difficile accettarlo, per quelle come noi, e si trattiene.
E quella che vorrebbe formare un numero per sentire una voce, poi non lo fa. E nemmeno ne compone un altro. Perché no, non è la stronza che usa le persone, come qualcuno ha pensato, almeno per un po'.
E poi non so. Non so cosa voglio, non so perché devo riempirmi la vita di problemi anche quando sembra scorrere in modo così tranquillo e costante, senza scossoni.

E stasera Eileen mi ha lasciato un messaggio in redazione. Dice che ce l'ha fatta. Mi chiedo cosa voglia dire, questo.
Domani chiamerò quel numero, e avrò qualche risposta. O altre domande. 
La mia vita sembra sia piena solo di domande. 


martedì, giugno 12

Failures

Quindi alla fine è stato tutto inutile.
Ho perso un amico, ho perso il sonno, ho perso giorni della mia vita.

No, quelli non li ho persi.

Il successo non è quando riesci ad aiutare qualcuno. Il successo è quando riesci a spingere te stessa a provarci. Nel momento in cui ci provi, hai già vinto. Il resto è un bonus.

Probabilmente ha ragione. Ho vinto. Eppure non mi sento come dovrebbe sentirsi un vincitore.
Mi sento come qualcuno che per tutta la vita ha perso l'occasione di fare qualcosa per qualcun altro che non fosse sé stessa. E questo anche a scapito di chi le voleva bene.

Quanto all'amico... No, probabilmente non ho perso nemmeno quello. È più corretto dire che quello non l'ho mai avuto. Solo me ne sono finalmente resa conto. C'è una concreta differenza tra volere una persona e voler bene a una persona. 
Forse non se ne è nemmeno reso conto, del male che mi ha fatto parlandomi in quel modo.
In compenso ho scoperto di averne altri, di amici. Uno dei quali mi incuriosisce, mentre l'altro mi spaventa.

L'amicizia da parte sua, quel tipo di amicizia, quella che è lì per te, e vuole esserci sempre, mi tenta come una fiamma tenta la falena. È calda, luminosa, ma insieme a tutto il resto rischia di diventare il fuoco su cui finirò per bruciarmi le ali. 
Ma forse sarà sufficiente avvicinarmi senza ali, e con il mio involucro ben stabile al suo posto.
Devo pur esserne capace, no?

Di lei che ne sarà? Io non lo so. Ha fatto la sua scelta. Fa male ma è la sua vita. E forse davvero era ormai troppo invischiata nella tela del ragno, per poterne uscire.
Spero non si faccia ancora male, e che non ne faccia ad altri, soprattutto. Le ho detto che sarò lì per impedirlo.
Mi chiedo se lo farò davvero.

 There’s something in your eyes and it’s giving your disguise away 
No I don’t want it to last if the glass is gonna break

sabato, giugno 9

Alone

Come ho fatto a crederci ancora? Credere in... non lo so. Amicizia? Affetto? Qualcosa, non lo so. E ancora una volta ho sbagliato. Ho pensato che bastasse questo e bastasse il fatto di avere un cuore. O almeno. Questo era quello che credevo.
Ma non basta. Perché chi ha sbagliato è morto. O deve morire, forse. E chi chiede favori sbaglia, perché è meglio chi non si fa sentire proprio.
E... No questo proprio non riesco a capirlo. Come può credere che quello che mi porta a voler aiutare Eileen sia il fatto che non è umana?! Questo davvero... Perché? Fino a questo punto non ha capito niente di me? Ma del resto, se stento a capirmi io come pretendo che possano farlo gli altri?

Ma non importa. È solo un altro dei miei stupidi errori. Devo solo rialzarmi e camminare. Come sempre.
Solo che non ho niente da offrirle ora. Niente. Solo il mio inutile aiuto.

E quelle macchine infernali. Sarebbe meglio che fossero solo camere a gas. Ucciderli. Questa sarebbe la soluzione. A quanto pare è questo che vuole, la "società civile". Oppure gli è sufficiente sentirsi migliori di loro nel notare come "appena usciti tornano a fare quello che facevano prima".
Mi chiedo come potrebbe essere diverso, quando usciti da lì non c'è nessuno, NESSUNO, disposto a dargli una possibilità. Una casa, uno straccio di lavoro. Un percorso per uscire dalla merda in cui hanno vissuto per tutta una breve lunghissima esistenza.

Io ci sono, però. E quindi sarà questo che le offrirò. Il MIO aiuto. Visto che non ho altro.
E se vorrà provarci, allora farò di tutto per aiutarla a provarci.

Mi hanno chiesto perché. E io non lo so perché.

Forse perché sono stata una stronza per tutta la vita. Forse perché non ho mai pensato a nessun altro che a me stessa. Forse perché è ora che questo finisca. E se c'è una persona che ha bisogno di aiuto, ora, quella persona è Eileen Blackwood.
Sarà lei a decidere. Lei e nessun altro.